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Abbracciomania: il parere dello psicologo

Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere. Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute. Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere
(Virginia Satir - pioniere della terapia familiare)

Ormai lo conosciamo tutti, quel video in cui un uomo solo si mette in mezzo alla strada con un cartello "free hugs" ("abbracci gratis" o, letteralmente, "liberi"). Il mondo è in bianco e nero finché un passante non si decide e abbraccia l'uomo col cartello; allora tutto si colora. Io la prima volta che ho visto il video mi sono commosso fino alle lacrime.
Ma ormai la cosa, ammettiamolo, ci è sfuggita di mano. L'abbraccio indiscriminato è diventato un po' come il virus dei polli.

In effetti, quell'uomo inizialmente così solo ha fatto proseliti; l'abbracciomania ha assunto le proporzioni di una campagna mondiale (così si auto-definisce su Internet). Campagna: parola derivata dalla terminologia bellica (le campagne di Napoleone), è diventato un modo di indicare una attività intensiva ed estensiva volta a conseguire un particolare fine (la campagna pubblicitaria, la campagna elettorale, etc.). Quindi, si obietterà, l'abbracciomania non è come un virus, ma piuttosto come una specie di vaccinazione di massa, o una sorta di alfabetizzazione affettiva.

D'altra parte, chi se la sente di opporsi ad un così nobile intento come quello di diffondere una cultura del libero scambio di abbracci? Provateci, e farete la fine del poliziotto che compare nel video: vi beccherete l'etichetta di "cattivo anti-abbraccio", quindi sarete messi in schiacciante minoranza da diecimila firme di abbracciomani, e infine verrete a vostra volta abbracciati come definitivo segno della vostra sconfitta. Perché loro, gli abbracciomani, sono così buoni da voler abbracciare persino voi fetentoni.

Ecco, io credo che l'insidia dell'abbracciomania si nasconda proprio qui: o sei un abbracciomane o sei un fetente. O sei dentro o sei fuori. Secondo me, in nome di un principio condivisibile, si perdono i confini del buon senso e della capacità di discriminazione. Il principio condivisibile è che c'è bisogno di abbracci. Tutti ne abbiamo bisogno, di darli e di riceverli. Però, nell'abbracciomania questo principio viene decontestualizzato, diventa un ideale, qualcosa di assoluto. E nella campagna degli abbracci indiscriminati diventa addirittura una retorica, un' operazione di tipo ideologico. Ormai troviamo dappertutto esperti pronti a testimoniare che gli abbracci fanno bene alla salute. Siamo ad un passo dalla istituzionalizzazione dell'abbraccioterapia.

Siccome le mie obiezioni, messe in questi termini, possono sembrare a loro volta di tipo intellettuale e ideologico, affrontiamo la cosa da un punto di vista più concreto.
Prendiamo ad esempio un bambino molto piccolo, confidando nel fatto che lui non abbia interesse per le ideologie, non conosca la retorica e sostanzialmente sia orientato a procurarsi quello di cui ha bisogno e gli piace, rifiutando quello che invece non gli serve o non gli piace.
Possiamo dire se il bambino in questione ha bisogno di essere abbracciato? Sulla base del suo comportamento sembrerebbe di sì. Ma se osserviamo attentamente ci accorgiamo che il bambino non vuole essere abbracciato sempre. Qualche volta sembra chiederlo con insistenza, altre volte sembra che lo tolleri, in qualche caso addirittura fa capire che non gli va. Non soltanto; ogni bambino dimostra che ci sono alcuni modi in cui gli piace essere toccato, e altri che invece gli danno fastidio. Ancora più importante; fin da appena nato il bambino riconosce l'odore della madre, e preferisce il contatto fisico con lei rispetto a chiunque altro. Finché è molto piccolo, il bambino sorride un po' a tutti e appena qualcuno lo prende in braccio sembra contento - purchè quel qualcuno sappia "maneggiarlo" adeguatamente. Poi, a partire da circa sei mesi di età, il bambino impara a distinguere. Allora, quando arriva la zia una volta al mese, non appena lei si avvicina per prenderlo in braccio, il bambino cosa fa? Piange! Prendete infine un bambino di cinque-sei anni e, senza stabiliri nessun feeling, provate ad abbracciarlo "a tradimento": se è molto beneducato cercherà di dissimulare il fastidio, alrimenti vi eviterà senza mezzi termini o vi manderà a quel paese.

Prima di concludere, concedetemi una parentesi in veste di esperto. Da un punto di vista psicofisiologico, l'abbraccio ha a che fare con il sé. L'idea di fondo è che ognuno di noi ha bisogno dell'altro per definire una propria identità. Nell'abbraccio si compiono e si integrano due processi fondamentali di segno opposto: da una parte stabilisco una vicinanza tra me e l'altro tale da con-fondermi momentaneamente con lui; al contempo, utilizzo l'altro per sentire i miei confini corporei, dacché la pressione dell'altro mi consente di "sentirmi". Quindi, dopo un tempo congruo, mi distacco (avete mai provato la sensazione che un abbraccio diventi troppo lungo? O che invece sia durato troppo poco?). Intanto, in questo processo di unione-percezione-distacco, l'altro dà una coloritura emozionale ai miei confini. Pensate a quando vi sentite tristi, una persona cara vi abbraccia, e finalmente le lacrime trovano una via d'uscita. Ma anche a quando abbracciate una persona ed avete la sensazione che un suo stato d'animo "arrivi" fino a voi.

Io sono convinto che Un abbraccio sia un gesto denso di significati profondi. Proprio per questo, è importante poter scegliere le persone e le occasioni per condividere un abbraccio. E se ci va, possiamo anche abbracciare uno sconosciuto, perché no.
Ma l'abbracciomania, a mio modo di vedere, è un'altra cosa. Ci sono stati anni in cui l'autonomia e l'indipendenza erano di moda, e la dipendenza per contro sembrava una malattia. Adesso qualcosa sta cambiando; un movimento abbracciomane sta trasformando il bisogno di abbracci in una bandiera. Se tutto va bene, col tempo, arriveremo a poter scegliere liberamente che uso fare dei nostri abbracci. A chiederli e a darli quando e come ne sentiamo il bisogno.
Per intanto, ricordo di aver visto una magliettina per bambini molto divertente, con la scritta: "no hugs please" (per favore niente abbracci). Sarei grato a chi me ne potesse procurare una, per tenere a bada gli infervorati dell'abbraccio indiscriminato.

a cura di Maurizio Brasini, psicoterapeuta

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