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Andrea Ferri: l'imprenditore ucciso dal suo dipendente Donald Sabanov per 20mila euro

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Sono bastati cinque giorni ai carabinieri di Pesaro per risolvere l'inquetante caso dell'assassinio di Andrea Ferri, cinquantunenne imprenditore, sposato e con due figli: l'uomo è stato ucciso nella notte del 4 giugno con quattro colpi di pistola alla testa e uno alla schiena esplosi a distanza ravvicinata da una calibro 7.65. Gli inquirenti sono certi che a premere il grilletto sia stato Sabanov Donald, venticinquenne di origine macedone residente a Trasanni di Urbino, dipendente del distributore "Iperstation Tamoil" di Montecchio di proprietà di Andrea Ferri.

La vittima conosceva bene il suo aguzzino: sei anni fa lo aveva assunto con un contratto a tempo determinato nella sua stazione di servizio. Donald Sabanov, detto il "barbaro" per i suoi modi non eleganti, lavorava a Montecchio da quando era appena maggiorenne, con Ferri aveva un rapporto di fiducia, conosceva la sua famiglia, ma questo non è bastato a distoglierlo dai suoi propositi criminali. Nel mirino del ragazzo, i soldi che l'imprenditore teneva in cassaforte: è questo il movente che lo ha spinto a commettere l'efferato delitto, tanto che il comandante provinciale dei carabinieri di Pesaro, Giuseppe Donnarumma, ha definito il suo gesto "un gigantesco tradimento" nei confronti di una persona che gli aveva dato lavoro e stabilità per anni. Palestrato, ex pugile ed anche tiratore al poligono, Sabanov aveva un'ossessione per il danaro: "Un personaggio che ha un culto dell’io così forte da osare ad ogni costo entrare nel caveau" ha spiegato il colonnello.

La notte del delitto Donald Sabanov, single e incensurato, non ha agito da solo: con lui c'era l'amico Karim Bary, 23 anni, calciatore in una squadra dilettantistica, di origini marocchine ma cittadino italiano e residente con la famiglia a Morciano di Romagna. Anche lui incensurato come Sabanov. Si sono recati in auto in via Paterni a Pesaro, di fronte alla casa di un'amica nigeriana della vittima: lì lo hanno crivellato di colpi e sono scappati al distributore per svuotare la cassaforte. Sabanov sapeva dove cercare. Hanno intascato un bottino di circa 20mila euro, che non è stato ritrovato. Tanto è valsa la vita di Andrea Ferri per i suoi assassini, che dopo l'omicidio, secondo gli investigatori, "sono andati in un bar ad abbuffarsi di pasticcini".

Non ci hanno messo molto i carabinieri del nucleo provinciale di Pesaro a risalire ai due ragazzi: è bastato mettere insieme vari indizi, come le immagini girate dalla telecamera interna dell'area di servizio in cui era nascosta la cassaforte di Ferri, la verifica delle celle telefoniche dei sospettati, poi il ritrovamento di una 7.65 molto compatibile con quella del delitto. Solo del denaro rubato non non v'è più traccia. Fermati dai carabinieri, hanno reso dichiarazioni ambigue e ricche di contraddizioni, provando a scaricare la responsabilità l'uno sull'altro. Sono entrambi accusati di omicidio premeditato.

A circa 24 ore dal delitto Sabanov pubblicava su Facebook una foto insieme all'amico Karim: poco dopo avrebbero tolto la vita ad un uomo per un bottino di poche migliaia di euro. Oggi si accusano a vicenda negando ogni responsabilità, mentre un intera cittadina sul litorale marchigiano è rimasta profondamente sconvolta da una violenza tanto efferata. "Assassino", "Bastardo", ha gridato la folla all'indirizzo di Sabanov quando è stato portato via dai carabinieri. I due saranno presto ascoltati dal magistrato, tra lo stupore dei familiari della vittima che consideravano il ragazzo "uno di famiglia" e che aveva anche partecipato al funerale della vittima dopo un mese di assenza dal lavoro.

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