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Antonino Lo Giudice, pentito scomparso ritratta dichiarazioni: "Imbeccato dai pm"

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Di Antonino Lo Giudice, 'u nanu', uno dei più importanti pentiti di 'ndrangheta oltre che testimone chiave in diversi processi contro esponenti dei clan di Reggio Calabria, non si sa più niente da mercoledì 5 giugno, quando è evaso dalla località protetta dove era ai domiciliari (diventando di fatto latitante). Prima di sparire, però, il boss ha inviato due plichi ad altrettanti avvocati - Francesco Calabrese, impegnato nel maxi processo Meta e legale del boss Pasquale Condello, e Giuseppe De Nardo, difensore di Antonio Cortese e Vincenzo Puntorieri, i due uomini indicati proprio da Lo Giudice come gli autori materiali della stagione delle bombe di Reggio Calabria - in cui rivolge una serie di accuse gravissime a pm, magistrati e alti funzionari della polizia reggina.

Nel memoriale in doppia copia di cinque pagine dattiloscritte e da lui firmate, 'u nanu' sostanzialmente ritratta tutte le testimonianze rese, dichiarando di essere stato in parte 'imbeccato' dai pm e in parte di aver voluto vendicarsi dei capofamiglia di clan da lui ritenuti responsabili degli omicidi del padre e del fratello, negli anni '80.

Nelle sue dichiarazioni spontanee Lo Giudice sostiene l'esistenza di "due opposte fazioni" di toghe che, impegnate in una vera e propria guerra, lo avrebbero manovrato per perseguire i loro interessi personali. Così, tutte le sue confessioni, dalla prima in cui si autoaccusava di essere il mandante delle bombe alla Procura Generale di Reggio Calabria e nel palazzo del procuratore generale Salvatore Di Landro, a quelle in cui indicava il numero due della Direzione nazionale antimafia, Alberto Cisterna, e l'allora pm della Dda reggina, Francesco Mollace, come protagonisti di rapporti illegittimi con suo fratello, Luciano Lo Giudice, sarebbero false. Ma non solo: tutti i suoi familiari e due avvocati da lui accusati di portare 'pizzini' fuori di prigione, Lorenzo Gatto e Giovanni Pellicanò, sarebbero innocenti. Dei suoi parenti, in particolare, 'u nanu' ha detto: "Volevo vendicarmi di loro perché mi avevano abbandonato in carcere".

Autori delle pressioni illecite sarebbero stati l'ex procuratore di Reggio Calabria e oggi capo della procura di Roma, Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Michele Prestipino, il pm Beatrice Ronchi e l'ex capo della squadra mobile di Reggio, pure lui oggi nella Capitale, Renato Cortese. Di più, il procuratore generale Salvatore Di Landro conoscerebbe bene i veri mandanti della stagione delle bombe di Reggio, che sarebbero apparati deviati dello Stato. "Perché non dice che dietro quegli attentati ci sono alte cariche dello Stato, servizi deviati, e professionisti a lui ben noti?", domanda infatti Lo Giudice, facendo calare un'ombra scura sulla procura reggina.


Il videomemoriale di Antonino Lo Giudice