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Bruno Contrada, la Corte di Strasburgo: "Non andava condannato"

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Non doveva essere condannato Bruno Contrada, lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani. L'ex numero due del Sisde dovrà ricevere inoltre dallo Stato italiano la cifra di diecimila euro per danni morali. Contrada fu condannato per concorso esterno in associazione mafiosa ma secondo la Corte europea all'epoca dei fatti, vale a dire dal 1979 al 1998, il reato "non era sufficientemente chiaro". Per motivi di salute nel 2012 fu liberato quando aveva 81 anni dopo aver trascorso dieci anni in carcere.

Solo un anno fa, nel 2014, la corte di Strasburgo aveva condannato l'Italia per la detenzione di Contrada perchè nel 2007-2008 le sue condizioni di salute non erano compatibili con il regime carcerario. Oggi però il suo legale, l'avvocato Lipera, punta alla revisione del processo: "Ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione e la corte di appello di Caltanissetta mi ha fissato l'udienza il 18 giugno. La sentenza di Strasburgo sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna.Ora capisco perché nonostante le sofferenze quest'uomo a 84 anni continui a vivere".

La storia di Bruno Contrada

Fu accostato alla strage di via D'Amelio dove perse la vita il magistrato siciliano Paolo Borsellino con cui aveva lavorato, e lo aveva fatto anche con Giovanni Falcone, quando era poliziotto cioè prima di entrare al Sisde, il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica. Secondo le varie ricostruzioni i suoi colleghi poliziotti Cassarà e Montana e anche i due famosi magistrati non si fidavano di lui. Fu accusato, anche grazie alla testimonianza di pentiti che parlare di vari favori, di essere uno degli uomini-ponte della trattativa Stato-mafia.

Nel 2007 l'avvocato Giuseppe Lipera, difensore di Contrada, chiese al presidente Napolitano di concedere la grazia anche se l'ex agente segreto in un messaggio aveva ribadito: "Non ho mai chiesto, né chiedo, né chiederò mai la grazia a quello Stato da cui mi sarei aspettato un grazie e non una grazia". Rita Borsellino aveva espresso parere contario all'ipotesi di una grazia.

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