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Bullismo, fuori dal branco

di Maurizio Brasini, psicoterapeuta

In questi giorni il piatto forte sul menù onnivoro dei media è il bullismo. Ora, siccome si sa che il menù mediatico è effimero e modaiolo, allora prima che si passi ad altra pietanza voglio anche io buttarmi nel calderone e dire la mia.
Quando nostro malgrado ci imbattiamo in episodi come quelli posti all'attenzione dell'opinione pubblica nei giorni scorsi, ci domandiamo: come può un ragazzino prendersela con uno più debole? Come può valere la cosiddetta "legge del branco" tra esseri umani? Un po' ci sentiamo coinvolti, la cosa ci "tocca", ci smuove qualcosa dentro. Allora si scatena una ricerca di spiegazioni e di responsabilità che abbraccia la dimensione intrapsichica, quella familiare, quella scolastica, quella sociale allargata. Troviamo la risposta che più ci piace nel supermercato delle soluzioni pret-à-porter e torniamo a dormire sonni tranquilli.

Intanto, senza pretese di esaustività, vorrei fare riferimento alle definizioni del fenomeno-bullismo fornite dagli esperti, che attualmente tendono a convergere su alcuni punti fondamentali:
- il bullismo implica una relazione basata su uno sbilanciamento di potere;
- la relazione prevede due ruoli principali: uno in una posizione di maggior potere e uno in posizione svantaggiata (es. grande/piccolo, tanti/uno, forte/debole, fico/imbranato, ricco/povero, etc.);
- la relazione prevede che il più forte, nel ruolo de bullo, "maltratti" deliberatamente e variamente l'altro, nel ruolo della "vittima" (che, secondo gli esperti, può essere di tipo "passivo" oppure "istigante");
- questo copione tende a ripetersi, indicando un tipo di relazione che tende a stabilizzarsi;
- questo modello di relazione, che riguarda nella sua essenza un minimo di due attori, avviene in un contesto, e quindi tende a coinvolgere anche “gli altri”;
- i quali “altri” possono essere sostenitori più o meno espliciti del bullo (fino al caso estremo del "branco"), o sostenitori della vittima (in genere "difensori" più o meno attivi), o infine spettatori passivi;
- da notare: in questo modello di relazione tutti in una certa misura soffrono, anche gli spettatori passivi. Tranne il bullo, che per definizione è insensibile alla sofferenza che produce (sennò non è un bullo, ma un sadico).

Quando i ricercatori sono andati in giro a domandare se la gente avesse avuto esperienza di un episodio di bullismo, una percentuale impressionante di persone ha risposto di sì. Quasi tutti vittime; e qui i conti non tornano. Soprattutto se ha senso questo discorso del "branco", per cui casomai dovremmo contare più bulli che vittime. I conti tornano ancora meno quando ci domandiamo in modo spietatamente onesto se preferiremmo, messi alle strette, essere vittime o carnefici. Soccombere o prevalere. Stare dalla parte dei perdenti o stare dalla parte dei potenti - anche a costo di diventare pre-potenti.
Come mai è più disdicevole essere bulli, ma essere vittime è peggio? E come mai questa strana contraddizione è così sconveniente da risultare indicibile?

Mi ricordo anch'io di un bullo incontrato alle elementari. Si chiamava Brenno, era un Gallo ed era passato alla storia per aver detto ai romani "guai ai vinti!". Da buon romano, non provavo simpatia per quel Brenno così prepotente. Io, per esempio, scroccavo la pizza ad un amichetto sfruttando il mio ascendente con molto più fair play. Oddio: vuoi vedere che allora sono stato un bullo? Forse un pochetto. Forse quel tanto che mi bastava a non sentirmi una vittima.

Non intendo minimizzare: il bullismo è una cosa serissima. I ragazzi ci sbattono in faccia un gioco delle parti che è parte della loro vita vera e che parla dei rapporti di potere. La loro rappresentazione svela alcune contraddizioni profonde che sono anche nostre, per cui nessuno può chiamarsi fuori. Bisogna prendere una posizione chiara e sostenerla. E non parliamo di "branco", non rifugiamoci in una metafora etologica (una “legge di natura”) per spiegare qualcosa di propriamente umano. Gli altri animali risolvono gli sbilanciamenti di potere senza questioni morali, senza scegliere che tipo di individui vogliono essere e in che tipo di società vogliono costituirsi.
E noi uomini adulti? Quando siamo alle prese con gli squilibri del potere quanto e come siamo attrezzati? Sappiamo trovare una coerenza (cioè un buon accordo tra ciò che pensiamo, ciò che diciamo, ciò che proviamo e ciò che facciamo) o accettare di metterci in discussione rispetto alle nostre contraddizioni?
Non pretendiamo di dare risposte senza prima fare a noi stessi le domande; non avremo niente di buono da insegnare se non siamo in grado di offrire onestà ed esempio.

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Su Internet è reperibile una grande quantità di documentazione "esperta" sul bullismo.
Per chi è interessato ad approfondire il tema, ecco alcuni indirizzi:
- in italiano:

[www.bullismo.it]
[www.edscuola.it]
[www.educare.it]
[www.pedagogia.it]
[www.vivoscuola.it]
- in inglese
[www.nmsa.org]
[www.childline.org.uk]
[www.cyh.com]
[www.schoolcounselor.org]
[www.aacap.org]
[www.bullybeware.com]

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