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Carolina Picchio suicidio: violentata in gruppo da cinque ragazzi

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Le inchieste aperte sul suicidio di Carolina Picchio, la 14enne di Novara che si è gettata dal balcone di casa il 5 gennaio scorso, cominciano a delineare il quadro di questa morte drammatica per la quale sono indagati otto minorenni, tutti tra i 13 e i 15 anni. A spiegare per la prima volta compiutamente lo stato delle indagini è Andrea Pasqualetto sul Corriere della Sera: il cyberbullismo che ha ucciso Carolina sarebbe nato da una violenza sessuale di gruppo subìta dalla giovane durante una festa con gli amici, le cui immagini sono state pubblicate in rete attraverso i social network.

Carolina Picchio, le foto

Secondo la ricostruzione del Corriere, Carolina fu violentata da più ragazzi nella festa durante la quale aveva bevuto molto: al trauma della violenza si è aggiunto poi quello del bullismo quando il video di quelle molestie è finito in Rete e per lei è cominciato l'inferno degli insulti e degli scherni. Avrebbe deciso di farla finita poco tempo dopo, lanciandosi nel vuoto dal terzo piano della sua casa di Novara, dove viveva con il padre, lasciando una lettera alla sorella Talita e alle amiche per spiegare le motivazioni del suo gesto. E proprio a Facebook aveva affidato l'ultimo messaggio: "Scusatemi, non ce la faccio più a sopportare"

Carolina Picchio suicidio, la Procura di Torino indaga minorenni per istigazione

I magistrati piemontesi hanno aperto due filoni d'inchiesta. Il primo a Torino, dove la procura per i minorenni ha iscritto nel registro degli indagati sei ragazzi: a cinque di loro è contestato il reato di "violenza sessuale di gruppo", mentre uno è indagato per diffusione di materiale pedopornografico in relazione alla pubblicazione online del video della violenza. Quest'ultimo, insieme al fidanzatino respinto da Carolina, che la sera della festa non era presente, è indagato per morte come conseguenza di altro reato. Le indagini sono coordinate dal pm Valentina Sellaroli.

Il secondo filone d'inchiesta è stato aperto dalla Procura di Novara, che indaga su Facebook per l'omissione di controllo sui contenuti pubblicati dai ragazzi sul social network. Secondo il Corriere Carolina avrebbe ricevuto 2.600 messaggi in 24 ore: il cyberbullismo ha agito su di lei creando una pressione psicologica insopportabile, come hanno denunciato alcune amiche su un altro social network, Twitter, a poche ore dalla morte di Carolina. La violenza in rete che si trasforma in istigazione al suicidio: il procuratore generale Francesco Saluzzo indaga sulle responsabilità dei mancati controlli sui reati compiuti attraverso Facebook. Secondo gli inquirenti la violenza in rete contro Carolina sarebbe stata solo l'ultimo di tanti disagi che la ragazzina viveva anche a causa della delicata situazione familiare (i genitori si erano separati e lei viveva con il padre), ma si procederà per individuare eventuali responsabilità in merito ad un reato perpetrato in forma virtuale e dal risvolto tragico per la vita di Carolina.

Intanto cresce il dibattito sulla violenza in rete, già da settimane al centro della discussione pubblica anche grazie alle prese di posizione di rappresentanti delle istituzioni come la presidente della Camera Laura Boldrini. Il Moige, il movimento italiano dei genitori, ha presentato già un mese dopo la morte di Carolina una denuncia contro Facebook per il "reato di concorso in istigazione al suicidio della minore", accusando il social network di non aver applicato le cautele necessarie ad evitare il fenomeno di bullismo: "Sembra che il movente del suicidio sia da ricercarsi nelle immagini e frasi presenti sul social network e non per autonoma e radicata convinzione personale del minore, tanto da far apparire il gesto non mosso da situazioni patologiche, intrinseche alla persona, ma dovute al disagio, al discredito, alla vergogna, alla prostrazione che il sistema mediatico della Rete ingenera nell’ambito sociale che i minori frequentano, rimanendone schiacciati". Un peso insopportabile, quello degli insulti e della violenza virtuale, un fenomeno che secondo il Moige impone un nuovo modo di pensare alla rete e ai social network, fino a proporre "uno stop al libero ingresso del minore al social network senza un reale e fattivo controllo di mamma e papà", una specie di parental control attuabile con "semplici precauzioni all’atto dell’iscrizione".

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