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Cassazione: "I precari dei call center devono essere assunti"

Tutti i lavoratori dei call center che utilizzano apparecchi e locali dell'azienda, che sono obbligati a rispettare un determinato orario, a registrare il numero di telefonate fatte e il risultato raggiunto devono essere assunti. Così si è pronunciata la Cassazione secondo la quale i precari dei call center hanno diritto a un contratto stabile e quindi ai contributi previdenziali.

Una società del settore pubblicitario ha citato in causa l'Inps sostenendo che le ragazze impiegate nel call center all'interno dell'azienda veneta erano lavoratrici autonome. Secondo l'Inps, invece, il rapporto fra l’impresa e i dipendenti era di natura subordinata. Nel 2001 il datore di lavoro si è rivolto al Tribunale di Padova che, in un primo momento, gli ha dato ragione sostenendo la natura autonoma del lavoro prestato dalle giovani mentre la Corte d'appello di Venezia ha dichiarato che il lavoro svolto dalle 15 ragazze aveva natura subordinata e ha condannato l’azienda a pagare oltre mezzo miliardo di vecchie lire all’Inps come contributi previdenziali evasi. Contro questo secondo verdetto l'azienda ha presentato ricorso alla Cassazione. Ma i giudici della Sezione lavoro hanno dato ragione alla corte territoriale veneziana e l'azienda ha perso. Con la sentenza n. 9812 del 14 aprile 2008 la Suprema corte ha respinto il ricorso.

"Il giudice del gravame - ha spiegato la Cassazione - ha preso in esame le numerose testimonianze raccolte e i verbali ispettivi ed ha ritenuto elementi qualificanti della subordinazione delle dipendenti con mansioni di telefoniste le circostanze che seguivano le direttive impartite dall’azienda in relazione ad ogni telefonata da svolgere, prendendo nota dell’esito e del numero di telefonate, che avevano un preciso orario di lavoro e che utilizzavano attrezzature e materiali della società".

Per i sindacati si tratta di un buon risultato. "La Cassazione - ha affermato Carlo Podda, segretario generale della Fp-Cgil - interviene giustamente in un settore in cui vi sono carenze di natura legislativa e conferma numerose sentenze che prevedono la natura subordinata del lavoro di chi, come ad esempio accade nei call-center, utilizza materiale, locali della azienda che appalta il servizio ed effettua un lavoro che in nulla si differenzia da quello subordinato. Per le parti sociali questa sentenza deve essere motivo per aprire una riflessione sullo strumento dei lavori come quello nei call-center, aziende che non vanno demonizzate ma riconosciute per quello che sono. Nella pubblica amministrazione c’è anche l’aggravante che si appalta un lavoro all’esterno ma senza che da questo derivino risparmi. Anzi, può capitare che si spendi di più per ottenere un servizio di qualità spesso non particolarmente elevata perché bisogna permettere alla società esterna di guadagnarci e ai lavoratori di percepire uno stipendio. Sarebbe davvero opportuno che le parti sociali avviino una riflessione sull’intera materia". Commenti posotivi anche dalla Slc-Cgil: "La sentenza si inquadra perfettamente nell’impegno sia del Ministero del Lavoro che dei sindacati per la regolarizzazione di un settore delicato quale quello dei call center che conta molte migliaia di lavoratori soprattutto giovani e donne. Ci auguriamo che questa sentenza rilanci l’urgenza della stabilizzazione prevista dalle due circolari Damiano ove non sia stata ancora applicata".

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