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"Chi parla male dell'azienda può essere licenziato"

Una sentenza della Cassazione mette in guardia "Chi parla male dell'azienda può essere licenziato". E' quello che è successo ad Elena R., un'infermiera professionale di Monza, che è stata licenziata dall'azienda ospedaliera per la quale lavorava per avere "profferito espressioni offensive sulla capacità e sulla professionalità del personale" ed inoltre per avere gettato discredito sull'ospedale presso cui lavorava, sostenendo che lo stesso utilizzava "medicinali e attrezzature e supporti medici non sterilizzati e medicinali scaduti".

Dopo il disconoscimento del mobbing quale reato penale, avvenuto con una sentenza della cassazione risalente allo scorso agosto, ecco un'altro giudizio quantomeno "dubbioso". Secondo la Suprema corte, infatti, la maldicenza può esprimere una "potenzialità negativa sul futuro adempimento degli obblighi", fa vacillare il rapporto di fiducia con il datore di lavoro. "Per fortuna" si specifica che "va tenuto presente che l’intensità della fiducia richiesta è differenziata a seconda della natura e della qualità del singolo rapporto, della posizione delle parti, dell’oggetto delle mansioni e del grado di affidamento che queste richiedono". Per questo motivo, cioè considerata la "delicatezza della funzione assegnata" all'infermiera, la Cassazione ha accolto il ricorso della Holding Multimedica, nonostante le due precedenti sentenze, prima del Tribunale di Monza nel 2003 e poi della Corte d'Appello di Milano nel dicembre 2004, che avevano ritenuto illeggittimo il licenziamento perchè basato su accuse "generiche" in quanto fra l'altro le accuse che avevano portato all'espulsione erano generiche.

Atttenzione va prestata anche al ripetersi degli episodi: "allorquando siano contestati al dipendente diversi episodi, il giudice di merito non deve valutarli separatamente, bensì globalmente, al fine di verificare se la loro rilevanza complessiva (...) la molteplicità degli espisodi, oltre ad esprimere un’intensità complessiva maggiore dei songoli fatti, delinea una persistenza che è di per sè ulteriore negazione degli obblighi del dipendente"

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