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Delitto di via Poma, le motivazioni della condanna per Raniero Busco

Lo scorso 26 gennaio la Terza Corte d'assise di Roma ha condannato Raniero Busco, l'allora fidanzato di Simonetta Cesaroni uccisa con 29 coltellate il 7 agosto del 1990, a 24 anni di carcere per omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà (leggi la notizia). Adesso sono state depositate le motivazioni della condanna.

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Alcune immagini relative al delitto di via Poma

I giudici della Terza Corte d'assise di Roma hanno affermato: 'E' certo che la ragazza ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale pienamente consenziente tanto che si era regolarmente spogliata. Questa persona non poteva che essere Raniero Busco dal momento che non si era rinvenuta traccia di altre possibili storie con altri uomini'.

Nelle motivazioni della sentenza è stato poi sottolineato: 'La gravità del delitto per cui si procede è dimostrazione di un'indole violenta, né vi è stato alcun concreto segno di ravvedimento'. Riferendosi al profilo psicologico di Busco, i giudici hanno poi scritto che 'sussiste l'aggravante di aver agito con crudeltà verso le persone in considerazione dell'elevato numero di colpi inferti alla vittima e, soprattutto, dei sei colpi inferti nella zona degli occhi e dei quattro nella zona dei genitali interni'.

E ancora, nella motivazione è stato sottolineato che la condotta criminale di Busco è 'caratterizzata dalla volontà di infliggere un patimento ulteriore rispetto alle ordinarie modalità esecutive del reato e rivelano una particolare malvagità dell'agente'.

Indole violenta, crudeltà, malvagità. Sono queste le parole che risaltano nelle motivazioni della condanna inferta a quello che è stato il fidanzato di Simonetta Cesaroni. Ma quale sarebbe stato il movente? A tal proposito i giudici hanno scritto: 'La Corte ritiene che sia di tutta evidenza che durante i preliminari di un approccio sessuale consenziente, la ragazza, ad un certo punto, per motivi riconducibili allo stato di tensione esistente tra i due, inaspettatamente si è rifiutata di proseguire il rapporto. Il rifiuto probabilmente accompagnato da parole sferzanti ha indotto l'assassino, come reazione a infliggerle un terribile morso al capezzolo'.

E poi: 'La reazione della ragazza anche solo verbale, a tale gesto, ha provocato l'ulteriore incremento della spinta aggressiva per cui il Busco l'ha dapprima atterrata e tramortita con un potente schiaffone all'emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un'irrefrenabile furia omicida, le ha inferto 29 coltellate mentre la ragazza già si trovava stesa a terra supina e senza che potesse opporre una sia pur minima resistenza dato che il Busco si era posizionato a cavalcioni sopra di lei, come attestato dalle evidenti tumefazioni rilevabili sul bacino della giovane'.

I giudici hanno poi sottolineato che tutte le giustificazioni formulate dall'uomo si sono rilevate prive di fondamento e hanno scritto: 'Non solo Busco ha contribuito alla preordinazione dei propri falsi alibi, ma in precedenza aveva cercato di indirizzare i sospetti contro alcuni suoi amici della comitiva Bar Portici'.

Ad insospettire i giudici anche la completa mancanza di ricordo da parte di Busco in ordine agli avvenimenti di quel pomeriggio. Secondo i giudici, infatti, 'è indubbiamente molto anomalo, pur dando per scontato che Busco fosse il meno coinvolto tra i due nella relazione amorosa, che i fatti di una giornata così particolare, in cui si era consumata la barbara e misteriosa uccisione della sua fidanzata ed in cui lui era stato prelevato da una volante della polizia in piena notte e poi trattenuto in questura, fossero caduti nell'oblio insieme a quelli di tanti altri giorni uguali uno all'altro'.

Nelle motivazioni alla sentenza di condanna i giudici hanno parlato anche ex portiere dello stabile di via Poma, Pietrino Vanacore. Secondo i giudici è plausibile con una coerenza interna la ricostruzione fatta dalla Procura in merito al ruolo che avrebbe avuto Vanacore nelle ore successive al delitto. Una ricostruzione che però 'non può ritenersi pienamente provata' in quanto 'sfornita di prova certa'.

 (foto © LaPresse)

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