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Dipendenti attenzione: il capo può spiare le vostre e-mail

E' quanto ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza 47096, ha respinto il ricorso presentato dalla Procura di Torino contro l'assoluzione di un datore di lavoro che aveva letto le e-mail aziendali di una dipendente, in seguito licenziata per via dei contenuti delle stesse.

Nel ricorso alla Suprema Corte la pubblica accusa ha lamentato il presupposto sul quale si è fondata l'assoluzione e cioè la "proprietà aziendale del mezzo di comunicazione violato".

La Suprema Corte ha argomentato che in azienda era stabilito che i dipendenti comunicassero la password al superiore gerarchico, sia pure in busta chiusa: proprio questo renderebbe i superiori non penalmente perseguibili. Infatti, si legge nelle motivazioni, l’articolo 616 del Codice penale punisce "la condotta di chiunque prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta". Inoltre "quando il sistema telematico sia protetto da una password, deve ritenersi che la corrispondenza in esso custodita sia lecitamente conoscibile da parte di tutti coloro che legittimamente dispongono della chiave informatica dell’accesso".

Ed è proprio questo il caso: le password poste a protezione dei computer e della corrispondenza di ciascun dipendente erano a conoscenza anche dell’organizzazione aziendale essendone prescritta la comunicazione al superiore gerarchico, legittimato a utilizzarla per accedere al computer anche per la mera assenza del dipendente. Insomma, ciò che fa cadere la responsabilità penale è la legittimazione all’uso del sistema informatico o telematico che può dipendere "non solo dalla proprietà, ma dalle norme che regolano l’uso degli impianti".

Dipendenti d'ora in poi siete avvisati.

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