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Divorziati cattolici, una questione ancora aperta

E' più che mai di attualità, dopo le parole del cardinale Carlo Maria Martini, la questione dei divorziati risposati. Da più parti si leva un grido di dolore e ci si domanda perché, seppur cattolici, ci si debba sentire esclusi dalla Chiesa e puniti per qualcosa che non si giudica una colpa. Tanto più considerando che la separazione non sempre è voluta, ma a volte è subita.

La Chiesa, però, ha le sue regole che non è possibile modificare da un giorno all'altro, sebbene i tempi cambino e con essi la società. Così se dal 1990 al 2006 ci sono state più di un milione di separazioni e quasi seicentomila divorzi, ad oggi, ancora, un divorziato risposato non può più leggere dal pulpito, non può più fare il catechista, non può più essere padrino o madrina ai battesimi e alle cresime. Diretta conseguenza è l'incremento di richieste di annullamento di matrimonio che giungono direttamente alla Rota Romana. Basti pensare che al primo gennaio 2008 la Sacra Rota doveva pronunciarsi su 421 annullamenti in Italia, contro i 215 del 1999 e i 331 del 2003.

La questione del rapporto tra Chiesa e divorziati risposati, però, non sta a cuore solo a questi ultimi. Ci sono anche numerosi parroci che non vogliono "abbandonare" chi, cresciuto in un ambiente cattolico e vissuto sempre secondo i principi dettati dalla Chiesa, si trova ad affrontare un momento tanto difficile come quello della separazione. "Io faccio fare la comunione a tutti - ha detto don Luigi Garbini, prete di San Marco a Milano - A parte il fatto che non ricordo a memoria i loro peccati quando vengono a prendere l'ostia: ma cosa dovrei fare, fermarmi e dire 'tu sì' e 'tu no?'".

Al quotidiano Il Corriere della Sera Don Garbini ha poi spiegato: "Gesù è venuto per i malati e non per i sani. E' difficile capire come mai una unione non è andata in porto, chi è attore e chi subisce. A volte le cose sono semplici, altre dolorose. Dunque è un paradosso negare il sacramento a chi ne avrebbe più bisogno: la grazia sacramentale non si può ottenere in nessun altro modo. Purtroppo la disciplina ecclesiastica non ha ancora trovato una formula per dirimere la questione. L'ultimo del cardinale Martini mi sembra l'ennesimo intervento che dimostra la sua grandissima intelligenza e la sordità dell'episcopato italiano".

Come don Garbini ci sono tanti altri preti, ma molti altri, invece, segueno inevitabilmente quanto previsto dalla Chiesa. Così i separati cattolici hanno scritto un documento di dieci pagine, dal titolo "We have a dream", su invito della Diocesi di Milano, dopo un incontro del marzo scorso con l'arcivescovo Dionigi Tettamanzi. Nel documento si chiede di poter far sentire la propria voce nella Chiesa, di poter dialogare con i preti, di avere norme precise e di essere ascoltati, amati e considerati.

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