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Domenico Quirico, giornalista de La Stampa disperso in Siria da 20 giorni

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Dopo il fermo e la liberazione in Siria dei quattro reporter italiani Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali e Susan Dabbous, La Stampa - quotidiano torinese - per voce del suo direttore Mario Calabresi ha reso noto che il suo corrispondente dal Paese, Domenico Quirico, non dà notizie di sè da 20 giorni. "Due settimane di ricerche, fatte in modo silenzioso e riservato ma in ogni direzione, coordinate dall'Unità di crisi della Farnesina", spiega Calabresi, che però "non hanno dato sinora alcun risultato concreto", spingendo la famiglia del giornalista, le autorità e la testata a decidere di "rendere pubblica la sua scomparsa", nella speranza "di allargare il numero delle persone che potrebbero aiutarci ad avere informazioni".

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Quirico è partito dall'Italia il 5 aprile diretto in Libano, a Beirut, e da qui la mattina del 6 si è messo in viaggio per la Siria, rassicurando i colleghi italiani che lo avevano contattato per informarlo del rapimento di Ricucci, Colavolpe, Vignali e Dabbous che "il suo percorso sarebbe stato completamente diverso" e che li avrebbe richiamati "una volta passato il confine". Cosa che ha fatto nel pomeriggio, inviando un sms al responsabile Esteri de La Stampa. Dopodiché il giornalista ha ancora mandato un messaggio e sentito la moglie, Giulietta, lunedì 8 aprile e quindi il 9 aprile scritto a un collega che si trovava sulla strada per Homs. Poi il silenzio.

"Siamo abituati ai silenzi di Domenico", prosegue Calabresi, spiegando che è il modo di viaggiare del corrsipondente, che "ha sempre sostenuto che le tecnologie e le comunicazioni sono il miglior modo per farsi notare e mettersi in pericolo", tuttavia dopo sei giorni di assenza totale di comunicazioni, di comune accordo con la famiglia, il direttore ha deciso di informare l'Unità di Crisi della Farnesina. "La scelta di non dare notizia e non pubblicizzare la scomparsa è stata presa, in accordo con le autorità italiane, per evitare di attrarre l’attenzione su Domenico in una zona ad alto rischio di sequestri", prosegue Calabresi, dicendo di apprezzare "gli sforzi fatti in ogni direzione", ma che purtroppo non hanno dato esito. "(Questo silenzio) speravamo favorisse una soluzione", scrive ancora il direttore, ma poiché non è stato così "abbiamo ora deciso di rendere pubblica la sua scomparsa".

Domenico Quirico "ha raccontato il Sudan, il Darfur, la carestia e i campi profughi nel Corno d'Africa, l’esercito del signore in Uganda, ha seguito interamente le primavere arabe, dalla Tunisia all'Egitto, è stato più volte in Libia per testimoniare la fine del regime di Gheddafi", dove nel 2011 è stato sequestrato per due giorni "insieme ai colleghi del Corriere della Sera Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina e di Avvenire Claudio Monaci", in un drammatico rapimento lampo in cui è stato ucciso l'autista che li accompagnava. Nello stesso anno ha anche realizzato un eccezionale reportage sui profughi che tentano la traversata dalla Tunisia a Lampedusa, viaggiando 22 ore con loro su una carretta del mare, mentre negli ultimi mesi è stato in Mali, in Somalia e in Siria.

"La cifra del giornalismo di Domenico Quirico è una tensione fortissima alla testimonianza, che deve essere sempre diretta e documentata", spiega Calabresi, aggiungendo: "Per questo è partito ancora una volta: per onorare il mestiere che ama". "Noi restiamo tenacemente attaccati alla speranza di avere al più presto sue notizie", conclude infine il direttore, dicendo: "Lo aspettiamo insieme alla moglie, alle figlie, ai suoi amici e ai nostri lettori", con un fiocchetto giallo sulla testata del giornale "come fanno le famiglie che attendono il ritorno di una persona cara di cui non si hanno notizie".

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