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Elena Ceste, la difesa di Michele Buoninconti rilancia: "Abbiamo le prove, non è stato omicidio"

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La difesa di Michele Buoninconti rilancia la tesi dell’allontanamento volontario di Elena Ceste dall’abitazione di Asti, citando nuovi elementi citati dai consulenti di parte come “prove” dell’innocenza del marito della casalinga scomparsa il 24 gennaio 2014 e trovata morta nei pressi di un canale di scolo a pochi chilometri da casa nove mesi dopo.

Omicidio Elena Ceste, in manette il marito della donna morta a Isola d'Asti

Ad avviso dei legali del vigile del fuoco di Costigliole accusato dell’omicidio della moglie e in carcere ormai da sei settimane per le prove accumulate dalla Procura al termine di una lunga e complessa indagine, esisterebbero circostanze e fatti da riconsiderare al fine di una valutazione completa della posizione del sospetto killer di Elena Ceste, alcuni dei quali di natura oggettiva e altri riguardanti la personalità della vittima.

In particolare, il chirurgo Ursula Franco ha sostenuto in un’intervista concessa al quotidiano "Il Tempo" le ragioni di Michele Buoninconti, minimizzando il contenuto delle intercettazioni in possesso della magistratura per poi affondare il coltello dell’analisi nella sfera interiore della donna sparita e mai più tornata dalla sua famiglia in una notte d’inverno a Isola d’Asti.

(Carabinieri arrestano ad Asti Michele Buoninconti, accusato del delitto Ceste: video)

Elena Ceste, a detta del consulente degli avvocati difensori del marito, era una persona sofferente e in preda a frequenti crisi allucinatorie: proprio in seguito ad un delirio persecutorio, seguendo il ragionamento della dottoressa Franco, la casalinga si sarebbe allontanata da casa spogliandosi in giardino nonostante il freddo e una volta raggiunto il più vicino riparo sarebbe morta assiderata a causa di un improvviso colpo di sonno forse provocato dalla stanchezza.

Sempre a giustificazione del comportamento di Buoninconti, il medico chiamato a supportare l’attività della difesa ha citato la prontezza del marito di Elena Ceste nel dare l’allarme alle autorità per la scomparsa della donna come ulteriore prova della buona fede dell’imputato, altrimenti interessato a guadagnare tempo almeno fino al ritorno dei figli da scuola prima di denunciare l’accaduto.

All’origine delle tanto contestate telefonate acquisite dagli inquirenti e rivelatesi rilevanti ai fini dell’inchiesta, secondo Ursula Franco, vi sarebbe la rabbia di un uomo “ferito” per la scoperta delle conversazioni confidenziali intercorse tra la moglie e altre persone viste probabilmente come un pericolo per la stabilità del vincolo coniugale.

Pubblicato da Marco Franco - Profilo Google+ - Leggi più articoli di Marco Franco

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