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Fabrizio Corona costituito, la fuga e le lacrime: "Temo per la mia vita nelle carceri italiane"

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E' una storia di ingenuità, 'tradimenti' e contraddizioni il racconto della fuga e della latitanza di Fabrizio Corona, ex re dei paparazzi, oggi uomo qualunque che vede spalancarsi davanti a sè le porte del carcere. Voleva passare la frontiera con un Suv e invece ha dovuto farlo con la Fiat 500 dell'amica di un amico, contava sulla connivenza di facoltosi conoscenti a Cascais (in Portogallo) e invece è stato 'consegnato' con una soffiata all'Interpol, era braccato dalla polizia e invece ai suoi fan ha detto di avere scelto di consegnarsi "spontaneamente".

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Quattro giorni di fuga allo sbaraglio, finiti in una stazione ferroviaria metropolitana di Lisbona, Monte Abraham Queluz, con gli uomini della polizia italiana che dopo l'arresto hanno scelto di restare con lui perché "sconfortato" e "avvilito". Ma soprattutto in lacrime. L'ex re dei paparazzi, infatti, dopo avere chiamato il suo avvocato Nadia Alecci e averle detto: "Mi volevo costituire qui a Lisbona, perché ritengo la sentenza di Torino del tutto ingiusta e temo per la mia vita nelle carceri italiane" ha ceduto alla tensione degli ultimi giorni e si è messo a piangere.

E dire che la sua fuga aveva innescato quello che sembrava l'inizio di una saga popolare, con ammiratori e detrattori ugualmente divisi sul web a fare il tifo per lui o a sperare che lo beccassero e, dopo averlo messo in prigione, buttassero la chiave. E invece no: i primi dettagli trapelati da fonti vicine agli ambienti investigativi disegnano un Corona nel panico - altro che criminale consumato - che mette in piedi un progetto di latitanza che fin dall'inizio fa acqua da tutte le parti.

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La fuga infatti comincia subito male. Sono le 11.30 di venerdì 18 febbraio e l'ex re dei paparazzi va nella palestra che frequenta in Corso Como - quando gli agenti ancora non lo possono arrestare, perché non è stata emessa la sentenza della Cassazione - con l'idea di far perdere le sue tracce. Peccato, però, che di tracce Corona ne lasci anche troppe, facendo pure arrabbiare un addetto alle pulizie, che fornisce una circostanziata testimonianza agli inquirenti: "E' rimasto solo 5 minuti e ha sporcato tutto. Lo abbiamo visto con le scarpe nel settore vicino agli spogliatoi, dove si deve entrare scalzi. E poi era tutto vestito e lì bisogna spogliarsi". Gli investigatori sanno così da dove e quando è scappato Corona e iniziano subito a stargli addosso.

Con la complicità di un amico, che lo va a prendere con la famosa Fiat 500 a sua volta di un'amica, il manager di Social Channel lascia la Lombardia e va a Modena, dove ha un appoggio, per attendere il verdetto definitivo del Tribunale. Quando è evidente che non può sottrarsi al carcere, il fotografo decide di tornare a Milano, cerca un Suv che non trova e quindi, con un nuovo compagno di viaggio, riparte alla volta della Francia. I due guidano tutta la sera su strade secondarie e arrivano senza problemi al Col di Tenda, in Piemonte, ma qui la sorte si fa beffe di loro: una nevicata li blocca per oltre 4 ore e per ripartire devono attendere l'arrivo degli spalaneve. A quel punto, dopo una pizza al ristorante (!), i due si separano e mentre Corona prosegue verso il Portogallo, il complice torna in treno a Parigi e poi a Milano, dove viene fermato dalla polizia e dove, a quanto pare, ricostruisce i movimenti degli ultimi giorni, fornendo informazioni utili sulla fuga.

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L'ex re dei paparazzi è braccato, ma forse, chissà, ci spera ancora. Con sè ha 25 mila euro (qualcuno dice 30 mila), prelevati in contanti prima di fuggire, e a Cascais spera nell'aiuto del figlio di una ricca e facoltosa famiglia locale, di cui è amico da tempo. Ma nessuno o quasi al giorno d'oggi è disposto a rischiare una vita tranquilla e negli agi per aiutare chicchessia e così il suo contatto in Portogallo fa arrivare agli investigatori la 'voce' della presenza del fotografo, mettendosi al riparo da un'accusa di favoreggiamento.

Il resto è storia. Dalla decisione di trasformare in evento mediatico (l'ultimo?) la sua resa, alla parole dei vertici della Questura di Milano, che hanno detto che "più che costituito si è arreso", alla dichiarazione piena di dolore e tristezza del fratello minore Federico: "Non mi sento di dire nulla, siamo ancora troppo scossi. L'unica cosa che posso aggiungere è che siamo contenti che stia bene perché eravamo preoccupati per la sua incolumità". Di Corona ora resta il rischio (molto concreto) che sia trasformato in un martire e in un 'eroe' e la certezza che, nella sua vita fatta di pochissimi scrupoli, alla fine ha tradito anche se stesso. Deludendo pure i bookmakers, che pagavano la latitanza a oltranza a 1.50 e la resa a 2.20.

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