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Film di Spike Lee riapre le ferite di Sant'Anna

Il 12 Agosto del 1944 quattro compagnie di SS compirono un massacro (che definire orribile è poca cosa) nel paese di Sant'Anna di Stazzema, in provincia di Lucca. Furono trucidate 650 persone, fra cui donne, bambini e anziani, intere famiglie furono "cancellate". Ora il regista Spike Lee, prendendo spunto da un romanzo di James McBride ("Miracolo a Sant'Anna) sta girando un film su quegli eventi (guarda le foto del cast), riaprendo involontariamente ferite mai rimarginate e col rischio di andare ad incidere anche sulle vicende giudiziare ad esse collegate.

A quanto pare infatti la tesi del film sarebbe che l'eccidio fu compiuto dalle SS come rappresaglia in risposta ad azioni partigiane (partigiani di cui erano a caccia le SS quando arrivarono nel paese) e non come atto di terrorismo freddamente premeditato e privo quindi di motivi scatenanti come ha sentenziato il tribunale militare de La Spezia due anni fa. Motivazione che in questo caso, pur lasciando immutato l'orrore, cambia tutto.

Moreno Costa, Enio Mancini e Giovanni Cipollini, della sezione Anpi di Pietrasanta accusano Spike Lee di aver effettuato "una ricostruzione cinematografica fasulla, che non tiene conto della realtà storica. È incredibile che ancora oggi si riproponga come causa della strage di 560 civili la presenza dei partigiani a Sant'Anna"
"Mi metto in ginocchio e chiedo a Spike di tagliare tre metri del suo film - rincara Giorgio Giannelli (parlamentare e storico) - La strage di Sant'Anna non è un romanzo, fu una tragedia che appartiene alla storia. E un episodio inventato può stravolgere la storia. Il film avrà una risonanza mondiale. Allora tremo a sapere che da Tokyo a New York, da Mosca a Nuova Delhi sia raccontata una storia falsa. La nostra"

Il processo, travagliatissimo (gli incartamenti rimasero per anni nascosti in uno scantinato della procura militare e riemersero per caso nell'estate del 1994) dovrebbe arrivare al capolinea stamattina con la sentenza della cassazione, ma i colpevoli in ogni caso non si faranno nemmeno un giorno di carcere, essendo ormai troppo anziani per la detenzione. Marco De Paolis, il pm del processo, non entra nel merito del film ("non è mio compito e comunque un romanzo e un film sono anche opere di fantasia") ma dice che "da magistrato che ha indagato su quell'eccidio dico solo che non fu una rappresaglia. I soldati nazisti massacrarono uomini, donne e bambini e fu un atto di terrorismo, pianificato e studiato nei minimi particolari. Deciso dai vertici del comando tedesco come politica del terrore per dissuadere i cittadini ad aiutare i partigiani"

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