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Giorgio Ortis, innocente l'amico di Silvia Gobbato: "Vivrò con senso di colpa gigantesco"

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Un lungo pianto a dirotto. Così Giorgio Ortis ha reagito alla notizia della confessione di Nicola Garbino, che ha ammesso di avere ucciso Silvia Gobbato mentre faceva jogging nel parco del Cormor, a Udine, per "rapirla e poi chiedere il riscatto". Il giovane, che martedì stava correndo con la vittima, è finito nel registro degli indagati - "un atto dovuto" - e per due giorni oltre che con il dolore per la perdita di Silvia ha dovuto fare i conti pure con quello di essere un 'mostro' per gli investigatori, i media e l'opinione pubblica.

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"Ora so cos'è successo...", ha detto Giorgio, figlio dell'avvocato Gianni Ortis, titolare dello studio dove la giovane uccisa stava facendo il praticantato e dove i due si erano conosciuti ed erano diventati amici e poi fidanzati. Ma sapere non gli basta: "Devo anche pensare a convivere con questo senso di colpa gigantesco. Se quel giorno non l'avessi lasciata correre da sola, Silvia sarebbe ancora viva. E' una cosa che mi tormenterà per il resto della vita".

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I 400 metri di strada tra lui e la giovane praticante da misura della sua presunta copevolezza sono diventati quella del dolore e del senso di colpa con il quale Giorgio forse farà i conti per sempre, restando sia prima che dopo una prova, un peso, del tipo che non si dimentica facilmente.

Del resto, come diceva alla stampa il padre Gianni, prima delle ultime notizie che hanno scagionato il figlio, "il suo modo di rispondere, di non far trapelare troppo le emozioni, può indurre in errore chi lo ascolta ed essere giudicato sospetto. Ma io vi assicuro che lui dentro sta morendo, è come me". Perché Silvia non era solo la brava e stimata praticante dello studio Ortis e Biancareddu, ma pure "la cara, carissima" ragazza diventata parte della famiglia Ortis e Biancareddu. Il socio dell'avvocato Gianni, infatti, altri non è che sua moglie, oltre che mamma di Giorgio, signora Maria.

Una tragedia a più livelli, che ha trovato una spiegazione, se di spiegazione si può parlare, nella confessione di un trentaseienne disoccupato e iscritto fuori corso all'Università di Udine, descritto dai vicini come "assolutamente pacifico", che pensava di risolvere i suoi problemi economici con il rapimento di una giovane ragazza che faceva jogging.

Nel mezzo, il dolore composto di due famiglie, quella di Silvia, ma anche quella di Giorgio, con il padre che perorando l'innocenza del figlio ai giornalisti diceva: "Non vorrei sovraespormi in queste dichiarazioni perché il vero dramma è quello di Silvia e della sua famiglia. Bisogna rispettare quel dolore prima di ogni altra cosa" e l'incubo di un innocente piombato in una spirale che poteva rivelarsi senza fine, se i carabinieri del capitano Fabio Pasquariello, lo stesso che ha risolto il caso dell'omicidio di Lignano, non fossero arrivati con un lavoro determinato e costante a una soluzione celere e senza dubbi.

In fondo, tutto era contro Giorgio, anche se su di lui gli inquirenti non avevano trovato una sola traccia: né di lotta né di sangue. Quando ha visto il corpo di Silvia, il giovane non l'ha toccato. Un comportamento 'sospetto': ma come, si sono chiesti tutti, trovi la tua ragazza in quelle condizioni e non provi neppure a vedere se è viva, a prestarle soccorso? Il testimone che era con il giovane avvocato ha raccontato che era shockato, tremava, al punto da dargli il suo cellulare per chiamare il padre, perché non riusciva a comporre il numero. Una reazione che ha dato vita a dubbi, illazioni, che però Gianni Ortis ha 'perdonato', affermando ancora una volta con compostezza: "Capisco chi deve fare l'inquirente e vede un comportamento del genere, apparentemente freddo e distaccato e dunque poco rassicurante".

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