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'I documentari? Girati nei set cinematografici con animali addomesticati'

Chi non ha mai visto un documentario sugli animali selvaggi e sul loro affascinante mondo? E' difficile non rimanere sbalorditi da immagini davvero uniche e sorprendenti. Ma ora si scopre che alcuni di quegli animali non sono altro che 'controfigure'. Spesso le pellicole più sorprendenti non sono girate nella profonda giungla, ma in set cinematografici. E i protagonisti non sono gli animali più selvaggi, ma bestie in cattività.

Lo ha rivelato Chris Palmer, produttore e naturalista, nel suo libro 'Shooting in the Wild'. Le accuse di Palmer sono chiare e dure. A quanto pare il sensazionalismo ha preso il sopravvento sulla narrazione scientifica e per soddisfare esigenze economiche e temporali è stato modoficato il tempo della natura. Ad esempio, prima una troupe lavorava in pianta stabile in Africa per tre anni per realizzare un'ora di ripresa della migrazione degli gnu, ora si gira tutto in un mese. Il motivo? La produzione di documentari con tema naturalistico negli ultimi dieci anni è triplicata.

Non solo. Riprendere gli animali selvaggi nel loro ambiente naturale è rischioso. Palmer ha spiegato: 'E' molto difficile e pericoloso avvicinarsi agli animali selvaggi, specialmente se si tratta di orsi e lupi. Di solito si riprende con gli zoom, ma in quel caso si perdono i suoni reali, perciò, come minimo, si riproduce il sonoro in studio'. Il produttore di documentari ha poi aggiunto: 'E' quasi obbligatorio usare animali in cattività per filmare alcune scene, ma in quel caso bisogna dirlo agli spettatori, in modo da non prenderli in giro'.

Ora Palmer guida un nutrito gruppo di produttori che chiede maggiore etica, più attenzione per il modo in cui vengono trattati gli animali e una distinzione netta tra i documentari naturalistici e le serie che puntano esclusivamente alla sensazione.

 (foto © LaPresse)

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