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Ilva di Taranto chiusa: 5.000 operai a casa con effetto immediato

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Update ore 20.12
Dai sindacati è arrivata una nota congiunta che annuncia azioni di protesta a Roma se il governo non dirà "a chiare lettere se vuole salvaguardare un patrimonio industriale e occupazionale essenziale per il Paese": "Fim, Fiom, Uilm nazionali ritengono che se non arriverà una convocazione presso la Presidenza del Consiglio nelle prossime ore, decideranno di proclamare uno sciopero nazionale di tutto il Gruppo per giovedì 29 novembre con manifestazione sotto Palazzo Chigi, a Roma", si legge nel comunicato. Intanto a Taranto gli operai hanno deciso per l'occupazione degli impianti, mentre a Genova monta la protesta, perché senza lo stabilimento pugliese quello ligure ha "un'autonomia di quattro giorni", come spiegato dal segretario locale della Fiom, Francesco Grondona.

Giornata di passione, l'ennesima, per l'Ilva di Taranto, che però questa volta si è conclusa nel peggiore dei modi possibili, quello più paventato da sindacati e lavoratori: il blocco degli impianti e la chiusura dello stabilimento. La notizia è arrivata in serata e il suo carattere di immediatezza è stata una vera e propria doccia gelata per ben 5 mila operai: tanti sono, infatti, i dipendenti ai quali l'azienda ha disattivato i badge.

Per tutti i lavoratori dell'area a freddo, dunque, l'ordine da parte dei vertici di Ilva è stato di andare a casa senza terminare il turno e di non presentarsi domani mattina a lavoro, usufruendo delle ferie da smaltire. L'azienda infatti ha detto di non poter garantire più nulla per i propri dipendenti, neppure gli ammortizzatori sociali. 'Esentati' invece dal provvedimento, almeno per ora, i 'colletti bianchi' e i lavoratori delle officine.

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Una decisione gravissima, che è seguita di poche ore alla nuova ondata di arresti e di avvisi di garanzia di oggi - che ha coinvolto anche il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante - e al sequestro di tutta la produzione dell'azienda degli ultimi 4 mesi da parte della procura di Taranto, in quanto "provento e profitto di attività penalmente illecita", perché realizzata negli impianti dell'area a caldo, ovvero altiforni e acciaierie sottoposti a sequestro dallo scorso 26 luglio. E proprio questo provvedimento, come si legge in una nota diffusa dai vertici dell'azienda, è la causa della "cessazione di ogni attività" e "della chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto", perché provoca "in modo immediato e ineluttabile l'impossibilità di commercializzare i prodotti".

Ma per il segretario della Fiom Cgil di Taranto, Donato Stefanelli, si è trattato invece di una "rappresaglia": "Hanno subito stamattina i provvedimenti giudiziari e ora scaricano tutto sui lavoratori", ha detto il sindacalista, affermando: "E' un'azienda allo sbando". Stefanelli, in rappresentanza della Fiom Cgil, ha quindi invitato tutti gli operai "che devono finire il turno a rimanere al loro posto" e quelli che invece montano domani mattina "a presentarsi regolarmente", concludendo: "Questo atteggiamento ricattatorio non esiste. Abbiamo chiesto cosa significa sul piano lavorativo, ma non lo sanno nemmeno loro". Ugualmente preoccupato anche il 'collega' di Fim Cisl, Marco Bentivogli, che ha spiegato ai giornalisti che la chiusura di Taranto significa, "a cascata, in pochi giorni", mandare a casa anche "i lavoratori di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica".

Stefanelli ha poi affermato che tutte le sigle sindacali stanno valutando "le cose da fare" e in attesa dell'incontro con la proprietà previsto per domani ha annunciato: "Se il governo continuerà a tergiversare, noi nei prossimi giorni saremo tutti sotto Palazzo Chigi", chiedendo contestualmente all'esecutivo di "convocare immediatamente il tavolo nazionale sull'Ilva".

Da parte propria, infine, i vertici dell'azienda pugliese hanno voluto sottolineare che "Ilva non è parte processuale nel procedimento penale ed è quindi estranea a tutte le contestazioni ad oggi formulate dalla pubblica accusa", affermando che lo stabilimento "è autorizzato all'esercizio dell'attività produttiva dal decreto del ministero dell'ambiente in data 26 ottobre 2012 di revisione dell'Aia" e che, pertanto, "il provvedimento di sequestro emesso dal Gip di Taranto in data odierna si pone in radicale e insanabile contrasto rispetto al provvedimento autorizzativo del ministero dell'Ambiente".

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