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Immigrati possono picchiare i figli? Giudice inglese: "Differenze culturali, ci vuole tolleranza per loro"

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di Simone Rausi

Un immigrato prende a cinghiate moglie e figlio di sette anni e un giudice dell’Alta Corte Britannica non lo condanna: “Bisogna tener conto della differenza culturale”. Roba che Salvini è giù un su volo Ryanair diretto a Stansted pronto a incatenarsi sui cancelli di Buckingam Palace.

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Ironia a parte, la sentenza è di quelle che lascia di stucco e crea un precedente che potrebbe tranquillamente “fare giurisprudenza”. Ricostruiamo per bene l’accaduto. Sul banco degli imputati c’è un immigrato indiano. Tra le fila dell’accusa moglie, pargolo ed assistenti sociali. Questi ultimi hanno dichiarato infatti che, secondo il racconto del figlio, "il piccolo di sette anni sarebbe stato colpito più volte con una cinta alle gambe e alla schiena". Versione che non fa il paio con quella del padre che dichiara “solo” di aver schiaffeggiato il bambino. Le violenze, a sentire la moglie, non sarebbero certo state un fenomeno sporadico in casa tanto che, anche la donna, è finita a sua volta sotto i colpi della cinghia…

Il giudice Pauffley dell’Alta Corte Britannica ascolta. Poi sentenzia. Conferma “l’aggressione particolarmente violenta” dell’uomo alla moglie ma non condanna le percosse inflitte al figlio. “Non credo che ci sia stato nei confronti del ragazzo un trattamento punitivo talmente duro da meritare il termine di abuso fisico”. Ha detto la Corte. "Una certa tolleranza deve essere concessa per quello che, quasi sicuramente, è un differente contesto culturale”.

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Con le numerose comunità che si sono da poco stabilite nel Paese – continua il giudice - i bambini che si comportano male sono puniti fisicamente in modi che a tutta prima destano l’attenzione di chi opera per la difesa dei minori. In questo caso, però, il ragazzo sembra aver sofferto più per tristezza e dolore passeggero che non per quello che gli è stato fatto". Insomma, nessuna ferita che non si possa rimarginare e un comportamento che va contestualizzato e preso con le pinze. “So’ ragazzi insomma”. Anzi, “so’ padri”, in questo caso. .

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