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La Birmania in fiamme

LE PROTESTE
Myanmar, ex Birmania, da metà agosto è infiammata da proteste di cui non si vedeva l'eguale sin dalla sanguinosa rivolta studentesca del 1998. La miccia è stata fornita dalla mossa della giunta militare che il 15 agosto ha raddoppiato il prezzo del diesel e quintuplicato il costo del gas naturale. Su una popolazione già stremata da sanzioni internazionali e da una sciagurata politica economica questa mossa ha avuto l'effetto di un maglio. Il 23 agosto alcuni dissidenti hanno manifestato contro questa decisione e sono stati arrestati. La protesta sembra sopirsi fino a quando il 28 agosto i monaci buddisti guidano la loro prima marcia di protesta nella città di Sittwe, subito seguita il 5 settembre da un'analoga marcia a Pakokku, 370 miglia da Yangon, l’ex capitale. L'esercito seguendo il solito schema apre il fuoco contro i monaci, i quali però prendono in ostaggio dei funzionari governativi, liberandoli solo quattro ore dopo. In segno di sfida verso il governo i monaci chiedono ufficialmente le scuse della giunta militare per le violenze subite. La risposta è l'arresto di due monaci, per la prima volta da quando è al governo la dittatura militare. Il fiume della protesta si gonfia: Il 19 settembre sotto gli edifici governativi si radunano oltre mille monaci, Il 20, nell'ex capitale Yangoon, 500 monaci dopo tre giorni di snervanti "trattative" con le forze di polizia, riescono ad entrare all’interno della Pagoda di Shwedagon, il luogo di culto più sacro del Myanmar. Il 21, una marcia di 600 monaci sfila per Yangoon senza resistenze e il 22 sfidando le autorità i monaci sfilano sotto la casa del leader dell'opposizione, il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi, che per la prima volta dal 2003 (quando le sono stati concessi gli arresti domiciliari) esce dalla sua abitazione e prega con i monaci. In queste ore la notizia della violenta reazione della giunta militare, con l'arresto di oltre 800 monaci e la caccia, scatenatasi per le strade di Rangoon, ai reporter stranieri. Un giornalista giapponese è rimasto ucciso.

IL RETROSCENA
Dopo la seconda guerra mondiale nel 1947 si insediò in Birmania un governo transitorio, guidato da Aung San che però fu assassinato nel luglio dello stesso anno. L'anno successivo, la nazione divenne una repubblica indipendente (Unione della Birmania), con Sao Shwe Thaik come primo presidente ed U Nu come primo Primo Ministro. Il governo democratico durò fino al 1962, quando fu rovesciato da un colpo di stato militare condotto dal Generale Ne Win. Per i successivi 26 anni Ne Win perseguì una forma di comunismno particolarmente feroce (soppressione dei partiti politici, assenza di diritti civili, proibizione del libero scambio, nazionalizzazione delle industrie) che condusse la nazione ad un graduale isolamento dal resto del mondo. Nel 1988 ci furono delle rivolte studentesche represse nel sangue (3000 persone uccise), a seguito delle quali Ne Win si dimise. Il suo posto fu subito preso dal generale Saw Maung con un altro colpo di stato seguito nel 1990 (per la prima volta in 30 anni) da elezioni ufficialmente "libere". Aung San Suu Kyi, figlia di Aung San e leader dell'NLD (Lega Nazionale per la Democrazia) vinse con una maggioranza schiacciante, ma come era prevedibile l'esercitò si rifiutò di cedere il potere. Il Consiglio di restaurazione della legge e dell'ordine con la forza delle armi rovesciò l'assemblea popolare e arrestò Aung San Suu Kyi (insignita del premio nobel per la pace nel 1991), che da allora è entrata e uscita varie volte di prigione e che prima delle attuali proteste era agli arresti domiciliari. Sotto la giunta militare venne cambiato il nome della nazione da Birmania a Myanmar e spostata la capitale da Yangon a Naypyidaw

LE REAZIONI INTERNAZIONALI
Mentre nel 1988 il mondo, perso nelle logiche della guerra fredda e della contrapposizione fra i due blocchi sovietico e americano, lasciò sostanzialmente mano libera ai generali, questa volta da più parti si fanno pressioni sulla giunta militare perchè eviti assolutamente repressioni sanguinose della rivolta. Gli Stati Unitipaesi europei, con Francia e Germania in testa, hanno chiesto che l'ONU adotti delle sanzioni contro la giunta militare, ma Cina e Russia, che hanno complessi legami di interscambio con l'ex Birmania, si sono opposte. Il rappresentate di Pechino alle Nazioni Unite, l’ambasciatore Wang Guangya, ha motivato il rifiuto della Cina all'adozione di sanzioni dichendo che "anche se la situazione è problematica riteniamo che non costituisca una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale" Anche l'India, preoccupata di una possibile crescita dell'influenza cinese sulla Birmania, ha dato il suo appoggio alla giunta militare. Contemporaneamente però il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha chiesto alla giunta militare di ricevere con urgenza l'inviato delle Nazioni Unite, perchè possa verificare la situazione.

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