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Lampedusa, strage di profughi: centinaia le vittime. Alfano e Boldrini sull'Isola. Le testimonianze

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127, 111, 114: oscilla il numero dei corpi recuperati nel mare di Lampedusa. Un balletto tragico, che nella freddezza delle cifre non riesce a restituire davvero l'immanità della tragedia che si è consumata a poca distanza dalle spiagge e dalla salvezza, in un punto imprecisato tra l'Isola dei Conigli e Capo di Ponente. I soccorritori hanno lavorato tutto ieri e questa mattina le ricerche sono ricominciate all'alba, ma è come se non si fossero mai fermate: impossibile una tregua dall'orrore e dalla disperazione di questa ultima, ennesima, strage di migranti.

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Oggi è stato proclamato lutto nazionale e nel pomeriggio a Lampedusa è atteso il Presidente della Camera, Laura Boldrini, mentre ieri sull'isola è arrivato il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, che ha scelto di iniziare la sua visita dall'hangar dell'aeroporto dove i soccorritori stanno componendo i cadaveri: sacchi verdi e blu sui quali sono spillati numeri per tentare di dare un nome alle vittime. La polizia ha fotografato tutti: uomini, donne (49, di cui 2 incinte all'ottavo e al nono mese) e bambini (4, di età compresa tra 2 e 6 anni), ognuno con il segno dell'annegamento, un fungo schiumoso di acqua e sangue rappreso sulla bocca. "Ho visto i corpi: una scena raccapricciante, che offende l'Occidente e l'Europa. Spero che la divina provvidenza abbia voluto questa tragedia per far aprire gli occhi all'Europa", ha detto Alfano, accompagnato nel suo tour di orrore e morte dal capo della polizia Alessandro Pansa e dal presidente della Regione Rosario Crocetta, che ha a sua volta dichiarato: "Dalla Sicilia deve partire una battaglia contro una legge sull'immigrazione infame che porta a morire migliaia di persone, che ha trasformato il Mediterraneo in un mare di morte".

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Parole che ripetono un refrain inascoltato, mentre i migranti muoiono e Lampedusa (come altre isole e coste) ancora una volta fa la conta delle vittime e vive una tragedia che non ha pari nella storia del mare, almeno per numero di corpi recuperati. Numero che sicuramente aumenterà ancora, almeno stando alle ultime notizie circolate. I sopravvissuti hanno raccontato di 450-500 persone stipate sull'imbarcazione di legno andata a fuoco e colata a picco, l'ultima di un convoglio di tre, con le prime due soccorse e portate a riva dalla Guardia Costiera. Secondo i sommozzatori, sono decine i corpi rimasti incastrati sotto la carcassa della barca, a 47 metri di profondità, al limite dell'operatività dei soccorritori, e i dispersi centinaia.

E mentre molto si discute di quella coperta incendiata per segnalare la propria presenza che ha provocato la tragedia e dei tre pescherecchi che avrebbero ignorato il barcone, lasciando i migranti al loro destino, la 'banalità' di chi si è subito prodigato a salvare i naufraghi sembra non trovare spazio. Come gli otto turisti italiani in rada a Cala Tabaccara, che hanno dato l'allarme e hanno usato il loro natante per aiutare i primi disperati e i pescatori Raffaele e Domenico Colapinto. La loro storia la racconta Il Corriere della Sera: stavano tornando da 24 in mare quando hanno issato a bordo il primo superstite, che in un istante li ha catapultati dentro alla tragedia: "Ci ha detto che erano almeno 450, che la maggior parte era sulla nave. Ma quale nave, gli rispondevamo noi, che qui non c'è niente, siete da soli".

I due uomini e il nipote Francesco ben presto si rendono conto che "non è la solita cosa". Ci sono persone ovunque, molte allo stremo, tante già morte. "Man mano che ne tiravamo su uno, quello accanto colava a picco. Si lasciava andare, muto. Noi gridavamo di fare in fretta, di resistere, e quelli ci morivano davanti, scivolavano nell’acqua con gli occhi aperti. Uno scempio della vita umana", raccontano i tre, ricordando che i migranti sono coperti di nafta e afferrarli è difficile, quasi impossibile.

Dopo di loro, altri 21 pescherecci puntano sul luogo della tragedia, insieme alle motovedette della Guardia Costiera, e l'ultimo della pattuglia, governato da Francesco Licciardi, è quello che trova il relitto: glielo segnala il sonar, è a 40 metri di profondità. Una bara nel mare, che finirà nel cimitero di Lampedusa, all'interno dell'isola, perpetuo memento di tragedie che strappano molto di più della vita: portano via il nome, l'identità, e le persone diventano corpi. Corpi che saranno seppelliti nei paesi vicini ad Agrigento, senza che nessuno abbia la possibilità di piangerli. Non chi se n'è andato e non chi resta. I 'salvati' sono nel Cie di Lampedusa, su quella terra che sembrava la speranza e che invece è diventato un approdo di disperazione.

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