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llva di Taranto: la verità di Giuliano Pavone nell'intervista esclusiva ad Excite

  • Copertina Ufficiale Libro

“L’eroe dei due mari. Taranto, il calcio, l’Ilva e un sogno di riscatto”, edito dall’Associazione Altrinformazione, è una graphic novel uscita a novembre. Il fumetto è tratto dal romanzo “L’eroe dei due mari” del giornalista tarantino Giuliano Pavone pubblicato nel 2010 con Marsilio editore, che racconta le vicende di una città spaccata tra l’amore appassionato per il calcio e una dura battaglia tra salute e lavoro che si combatte da anni contro uno dei colossi siderurgici più grandi d’Europa, l’Ilva.

La graphic novel, con disegni di autori tutti tarantini Emanuele Boccanfuso, Virginia Carluccio, Alberto Buscicchio, Gabriele Benefico, Walter Trono, Alessandro Vitti, si sviluppa, come il romanzo originario, sulla figura di un calciatore famoso e talentuoso giunto nel Taranto calcio con l’obiettivo ridare speranza ai tifosi. Il giocatore, che è un grande influencer, viene utilizzato come veicolo di informazioni per risvegliare i media sulla questione angosciosa che Taranto vive da anni tra salute e lavoro. Il lavoro editoriale racconta la storia di una città tradita da promesse, lasciata navigare tra gli addii alle sue eccellenze gastronomiche come le cozze, la perdita di lavoro, e le lotte contro la malattia che colpisce in percentuali sempre più crescenti gli abitanti del posto, e soprattutto i lavoratori dell’acciaieria.

Ma qual è la storia dell’Ilva, di Taranto, dei tarantini? Qual è la verità, molte volte, celata dai media? A raccontarci i retroscena è proprio Giuliano Pavone, giornalista e autore del lavoro editoriale, in esclusiva per Excite.

Dal libro inchiesta “L'eroe dei due mari” emerge la verità dei fatti, quelli che raccontano la storia di una città devastata da una situazione quasi irrecuperabile, che si ritrova a fare i conti con un ricatto: salute o lavoro. In che misura contano, per gli operai, il lavoro e la salute?

Non sono un operaio, quindi non voglio e non posso parlare a nome loro. Ma quello che posso dire è che dallo scoppio del caso Ilva, sia dentro che fuori dalla fabbrica, si è diffusa la consapevolezza che non esistono due battaglie contrapposte, quella per la salute e quella per il lavoro, ma che la battaglia è unica: i tarantini avranno salute e lavoro oppure non avranno niente. La città è molto meno spaccata di quanto certi media, ingenuamente o maliziosamente, fanno credere. Salute e lavoro sarebbero conciliabili se solo l'Ilva e il governo lo volessero. In Europa e in Oriente ci sono molti esempi di acciaierie ecocompatibili (alcune gestite dallo stesso gruppo Riva) e del resto anche i provvedimenti emanati dalla magistratura lo scorso luglio, descritti come una catastrofe occupazionale, suggerivano in realtà una strada per mettere a norma gli impianti tutelando al contempo la forza lavoro. Il punto è che una storia quasi ventennale ci dimostra con chiarezza che non c'è nessuna volontà di procedere in questa direzione.

Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta l'Ilva per i tarantini e per gli operai?

Ha rappresentato 50 anni di storia industriale in una città che, nella sua storia moderna, industriale lo è sempre stata. Anche se, forse, l'identificazione fra città e attività produttiva è stata meno stretta di quella che c'era con l'Arsenale della Marina Militare fino al secondo dopoguerra. L'Ilva ha a lungo garantito prima sopravvivenza e poi benessere a larghi strati di popolazione, anche se il suo sviluppo ha tarpato le ali a tutti gli altri possibili sviluppi della città. Che inquinasse e facesse male lo si è sempre saputo ma, un po' come per le sigarette, la presa di coscienza esatta dei suoi danni e la convinzione che le cose potessero e dovessero cambiare sono stati dei processi lunghi che solo ora sono giunti a compimento.

Quali sono gli effetti devastanti che si sono ripercossi sui tarantini? Come si vive oggi a Taranto?

Basta leggere le due perizie commissionate dalla magistratura tarantina (e non smentite dall'Ilva in sede di incidente probatorio) note dai primi mesi del 2012: in 13 anni di osservazione (1998-2010) sono 386 i morti attribuibili al PM10 di origine industriale. I casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero attribuibili alla stessa causa sono 237. Gli eventi coronarici con ricorso al ricovero sono 247 mentre i casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie sono 937 e riguardano in gran parte bambini. Infine sono 17 i casi di tumore maligno tra i bambini con diagnosi da ricovero ospedaliero attribuibili alle emissioni industriali. A conclusioni se possibile ancora più nefaste giunge lo studio “Ambiente e salute a Taranto” elaborato nell’ambito del Progetto Sentieri dell’Istituto superiore della Sanità, reso noto ufficialmente il 22 ottobre 2012, pochi giorni dopo il rilascio della nuova Autorizzazione integrata ambientale all’Ilva. Nel rapporto si legge fra l’altro che a Taranto, rispetto alla provincia, l’incidenza dei tumori è superiore del 30% per gli uomini e del 20% per le donne. Si conferma inoltre a Taranto e nel vicino comune di Statte una mortalità per tutte le cause verosimilmente legate alle emissioni industriali superiore dell’11% alla media della regione Puglia. Infine, quanto ai bambini, si riscontrano incrementi significativi di mortalità per tutte le cause nel primo anno di vita. “Emerge con chiarezza uno stato di compromissione della salute della popolazione residente a Taranto” conclude il rapporto. In più: divieto di pascolo in un raggio di 20 Km, con ripetuti abbattimenti di bestiame, ordinanza comunale che vieta il gioco nelle aree verdi del quartiere Tamburi perché contaminate, analisi commissionate da gruppi di cittadini in cui si riscontrano livelli abnormi di diossina negli alimenti e perfino nel latte materno... Tutte cose note da tempo, ma non ritenute meritevoli di attenzione né dai media né dalle istituzioni nazionali.

La storia dell'Ilva e di Taranto è molto lunga. In questo percorso fatto di leggi, di svolte fantasma in cui tutto sembrava sistemarsi e poi all'improvviso cadere, cosa è successo? Perchè si è arrivati a questo punto dove la gente perde il lavoro e si ammala?

Perché la famiglia Riva ha perseguito il profitto senza alcun rispetto per l'ambiente e le persone, ottenendo con vari mezzi il silenzio, la connivenza o la complicità di chi (sindacati, stampa, forze dell'ordine, politica locale e nazionale) doveva impedirglielo. Fra i mezzi usati dai Riva: il ricatto occupazionale (licenziamenti o cassa integrazione di massa a ogni accenno di provvedimento sgradito), il "salvataggio" di Alitalia (cui seguì una legge "ad aziendam" che cancellava i tetti di emissione di benzoapirene), il finanziamento delle campagne elettorali di entrambi gli schieramenti, generosi acquisti di spazi pubblicitari sui media locali, elargizioni a chiesa e altri enti, più una fitta rete di rapporti istituzionali "gelatinosi", conditi a quanto pare anche da mazzette, su cui la magistratura sta attualmente facendo luce.

Ci parli del decreto “Salva-Ilva”?

Il 26 luglio 2012 la magistratura tarantina ha messo sotto sequestro l'area a caldo dell'Ilva per porre fine a una serie di reati, fra cui quello di disastro ambientale, che si ritenevano in atto. Il sequestro peraltro è rimasto solo virtuale, perché l'azienda non ha mai smesso di produrre. Motivo per cui, successivamente, la magistratura ha sequestrato tutto il materiale prodotto negli ultimi quattro mesi dall'Ilva in quanto rappresentava una sorta di "corpo del reato". Con un decreto legge di dubbia costituzionalità, il governo ha ridato all'azienda la piena titolarità dello stabilimento, "legalizzando" così un reato, e restituendole "retroattivamente" anche il materiale sequestrato. Il decreto obbligherebbe l'azienda ad adeguarsi a una serie di prescrizioni contenute nell'Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) ma al di là del fatto che tali prescrizioni sono largamente insufficienti alla tutela dell'ambiente e della salute, il punto è che non c'è alcuna fiducia sul fatto che l'Ilva le rispetti, visto che ha sistematicamente ignorato tutte le prescrizioni a cui avrebbe dovuto attenersi negli scorsi decenni. il decreto viene fatto passare come un passo a tutela degli operai Ilva e della filiera italiana dell'acciaio, ma c'è il fondato timore che serva solo a consentire qualche altro anno di profitti ai Riva prima che questi chiudano tutto e tolgano il disturbo senza pagare né danni né bonifiche.

Ci racconti della manifestazione organizzata a Taranto il 15 dicembre scorso a cui hanno partecipato 20mila persone. Contro cosa si protestava? Perchè i media nazionali non ne hanno parlato?

E' stata la più bella e la più partecipata di una lunga serie di manifestazioni che si susseguono a ritmo intenso dallo scorso 26 luglio. 20mila cittadini (fra loro anche molti operai) hanno sfilato pacificamente e senza alcuna sigla politica per protestare contro un decreto che viene vissuto come un'offesa alla dignità e al futuro di Taranto, chiedendo che la magistratura possa fare il proprio lavoro senza interferenze e che Taranto si liberi dal ruolo di vittima sacrificale della scriteriata politica industriale del paese. Quasi nessun media nazionale ne ha parlato. Quando le manifestazioni popolari sono pacifiche, non fanno notizia. Quando sfociano nella violenza sì, perché così si può parlare dei dimostranti come se fossero tutti dei terroristi. Però i finti scioperi pagati dall'Ilva, che forniva agli operai anche il kit del dimostrante, hanno avuto larga eco nei quotidiani e nei telegiornali, e larga parte di opinione pubblica italiana, crede che il decreto Salva-Ilva sia stato accolto con sollievo dai tarantini. I media sono controllati da grandi gruppi industriali e finanziari che certo non vedono di buon occhio manifestazioni di questo genere. Per giunta, sull'argomento Ilva tutte le parti politiche hanno la coscienza sporca, quindi nessuno ha interesse a cavalcare la protesta per mettere in difficoltà gli avversari, come avviene in altri casi.

Come mai la scelta di utilizzare, nella graphic novel, un calciatore per veicolare informazioni così importanti come il degrado che l'Ilva sta producendo alla città di Taranto? Vuol dire che solo tramite testimonial forti è possibile fare informazione e che quella italiana è filtrata? Per quale motivo?

Sfruttare per fini nobili certi vizi della nostra informazione, come ad esempio l'attenzione maniacale per i VIP, può in effetti essere un buon modo per aggirare i muri di silenzio contro cui si scontrano certe questioni. Esemplare a questo proposito l'iniziativa del gruppo di "giardinieri sociali" Ammazza che piazza, che srotolò uno striscione sui morti causati dalla grande industria davanti alle telecamere che si trovavano a Taranto per seguire morbosamente il caso di Sarah Scazzi. Ma, tornando a L'eroe dei due mari, va detto che il calciatore è un'"arma" che viene innescata da un'iniziativa dei cittadini, e che poi gli stessi cittadini scaricano nel momento in cui capiscono che non devono affidarsi ad alcun "eroe", e che l'unico modo per riprendere in mano il proprio destino è mettersi tutti in gioco in prima persona. Che poi è esattamente ciò che sta succedendo a Taranto in questo momento.

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