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Massimo Bossetti, la moglie Marita Comi lo incontra in carcere. La difesa: "Niente prove, scarcerazione possibile"

Nel giorno dell’incontro in carcere tra Massimo Bossetti e la moglie Marita Comi, si torna a parlare delle prove che potrebbero pesare in un senso o nell’altro sulla posizione dell’indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio.

Bossetti, ipotesi ripetizione del test Dna al vaglio dei magistrati

Gli elementi a carico del presunto colpevole del delitto del 26 novembre 2010 sono in queste ore al vaglio degli inquirenti, ma saranno fondamentali le risultanze di esami condotti dal Ris di Parma e dai periti della Procura di Bergamo sul materiale sequestrato nell’abitazione di Mapello, a partire dai 10 telefonini e dai 2 computer prelevati dopo l’arresto del muratore 44enne.

L’attenzione degli inquirenti si era concentrata, stando alle indiscrezioni filtrate di recente, sul cellulare “misteriosamente” spento proprio dal pomeriggio in cui avvenne l’uccisione di Yara e riacceso la mattina dopo, anche se sul punto il diretto interessato non ha esitato a fornire la sua versione, assicurando che l’apparecchio aveva semplicemente la batteria scarica.

Gli avvocati di parte ostentano ottimismo e lasciano intendere con una certa chiarezza la possibilità di mettere al più presto sul tavolo una serie di fatti e circostanze sufficienti a scagionare totalmente il loro assistito, fino a pochi giorni fa considerato privo di qualsivoglia alibi.

(Massimo Bossetti si difende e prova a motivare la sua innocenza davanti ai pm)

La tesi esposta da Bossetti in sede di interrogatorio e ripresa dai legali come asse portante della memoria difensiva da presentare all’udienza del Tribunale del Riesame con l’obiettivo di chiedere la scarcerazione, si basa sull’assenza di riscontri ulteriori che possano rendere credibile l’esito della prova del Dna, contestata dal primo momento.

Oltre alle tracce biologiche rinvenute in misura infinitesimale dopo 4 anni di controlli a tappeto e indagini approfondite sui reperti prelevati nel luogo del delitto, sostengono Silvia Gazzetti e Claudio Savagni, al momento non ci sarebbe nulla di concreto. Anzi, sembra che la linea della difesa possa fondarsi sull’ipotesi che qualcuno abbia rubato attrezzi dal cantiere del manovale, per compiere il crimine “seminando” il Dna di Massimo Bossetti nell’area dove poi Yara sarebbe stata lasciata morire.

Altro punto sollevato dal sospetto assassino di Yara Gambirasio, supportato dalla moglie Marita Comi che ha rilasciato dichiarazioni sulla stessa lunghezza d’onda, è la normalità della vita nel periodo incriminato ed anche dopo, con in più il ricordo sempre meno sbiadito di quanto accaduto la sera della morte della povera ragazzina di Brembate Sopra: “Cenammo normalmente a casa sostiene Massimo Bossetti, fermo sulla sua posizione e convinto di poter dimostrare la propria innocenza in tempi brevi nonostante la sicurezza mostrata dall’accusa in merito all’attendibilità delle analisi scientifiche condotte sul Dna e alla presenza di prove schiaccianti contro la persona arrestata.

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