Da regista a profugo: la storia di Mohammad Amin Wahidi

11:50 mer 28 novembre 2007

Mohammad Amin Walidi, regista afgano, era venuto in Italia in agosto per presentare il suo cortometraggio "Treasure in the ruins" ai Festival del cinema di Venezia e di Milano, ma da due mesi è profugo nel nostro paese.
Non può tornare a casa, perché su di lui pende una fatwa, una sentenza di morte, emessa dai talebani.

A scatenare le ire degli estremisti religiosi, che già altre volte avevano minacciato il giovane per le sue attività, è stato il film a cui il giovane aveva iniziato a lavorare.
La pellicola, dal titolo provocatorio "Keys to Paradise", ha l'intento di denuciare la follia degli attentatori suicidi e l'ignoranza che fa da terreno di coltura per l'estremismo religioso.
La risposta degli estremisti non ha tardato a farsi sentire.
Prima di rientrare a casa, Amin, è stato avvertito con una mail dei rischi che avrebbe corso tornando nel suo paese e che anche i suoi genitori erano stati costretti a fuggire da Kabul a Bamyan: di loro Amin non ha più notizie da mesi.

Diplomatosi all' Academy Art, il giovane è da sempre in prima linea per la tutela dei diritti umani e per l'evoluzione democratica in un paese tormentato come l'Afghanistan. Oltre all'attività di regista, Amin lavorava anche presso la Ariana, emittente indipendente afgana e per il contenuto delle sue trasmissioni era già stato nel mirino degli estremisti islamici.
Tuttavia il giovane venticinquenne, determinato e convinto delle sue idee, non si era mai lasciato intimidire; questa volta però, le cose sono andate diversamente.

L'unica cosa che può fare il giovane, dalla mediateca di Milano è lanciare appelli attraverso il suo blog, dal quale promette di ultimare le riprese del suo Keys to Paradise e di proseguire i sui studi di cinema.


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