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Pena di morte: oggi si decide

Lunga è stata la strada che ha portato alla giornata odierna. Numerosi tentativi di portare di fronte all'ONU e di far votare la moratoria contro la pena di morte sono stati nel passato fatti fallire. Oggi però, nella Sala Conferenze n. 1 del Palazzo di Vetro, se ne sta discutendo e presto si arriverà ai voti, per cui si può pensare che il lungo e travagliato iter di questa risoluzione sia veramente arrivato agli atti finali: dall'assemblea di oggi emergerà il testo della proposta che dovrà poi essere approvato in Dicembre.

Sulla carta il fronte del sì, composto da 87 co-sponsor e da altri 20 "non contrari" non dovrebbe avere gioco troppo difficile nel raggiungere il quorum previsto di 97 voti, ma "gli amici della pena di morte" (come viene informalmente chiamato il fronte dei paesi contrari) sono particolarmente agguerriti e mirano a far approvare degli emendamenti che svuoterebbero il testo del suo significato più profondo. La moratoria vuole infatti essere universale, mentre gli oppositori mirano a far leva sul concetto di sovranità nazionale e di peculiarità culturale e/o religiosa per aggirare di fatto lo spirito del testo.

Barbados, Egitto, Botswana e Singapore, i sostenitori più accesi della pena di morte, stanno facendo un gioco di fino: ognuno sottolinea un frammento del quadro che se ricomposto porterebbe a lasciare le cose così come stanno, con ogni paese libero di applicare la morte di stato all'interno dei suoi confini. Inizia Christopher Hackett, ambasciatore di Barbados, sottolineando l'aspetto più astratto della questione: "la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non bandisce la pena di morte" sostiene" dunque i cento Paesi che la prevedono nei loro codici non violano essun tipo di norma umanitaria". Tocca quindi a Maged Abdel Fattah Abdelaziz, ambasciatore dell'Egitto, il quale tocca l'aspetto religioso/culturale: il Corano prevede la pena di morte e i paesi musulmani hanno diritto di applicarlo. "Ognuno di noi ha leggi religiose e non" dice, ed ha il diritto di applicarle. "La pena capitale è un diritto sovrano, è un deterrente contro crimini più gravi, è bene che tutti se ne rendano conto" rincara il delegato africano, enfatizzando le sue parole con un tono di voce particolarmente alto. Infine tocca a Singapore, che in realtà tiene le fila del fronte del no: l'accusa qui è particolarmente insidiosa, perchè tocca un nervo scoperto degli europei. "Questo testo è una pura e semplice imposizione degli europei, vogliono che tutti noi ci adattiamo alle loro leggi e ad una visione che non ci appartiene". Colonialismo, insomma.

A rispondere alla bordata di Singapore tocca, a nome di tutto il fronte del sì, alla rappresentante delle delle Filippine: "non siamo solo europei ma anche asiatici, africani e latinoamericani, non vogliamo imporre nulla a nessuno, la risoluzione si limita ad invocare la moratoria della pena capitale". Evitare lo scontro frontale dunque, questa è la strategia, che è poi quella portata avanti dall’ambasciatore italiano, Marcella Spatafora, in contrapposizione con paesi, come la Francia e l'Olanda, che avrebbero voluto adottare toni più duri. Vedremo se la tattica "low profile" avrà successo: il voto finale è atteso in giornata.

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