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Processo Thyssen, pene ridotte in appello: esplode la rabbia dei familiari delle vittime

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Scandalo Thyssen. La storica condanna dei vertici dell'azienda tedesca, riconosciuti colpevoli di omicidio volontario nei confronti dei sette operai morti nell'incendio scoppiato la notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007 nello stabilimento di Torino, è stata modificata questa mattina dalla Corte di Appello, che ha derubricato i reati e modificato le pene, riducendole.

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La responsabilità dell'amministratore delegato Harald Espenhahn, dunque, diventa omicidio colposo con colpa cosciente e gli anni di carcere comminatigli scendono da 16 e mezzo a 10. Uno 'sconto' riconosciuto anche a tutti gli altri imputati del processo: così per Gerald Priegnitz e Marco Pucci, dirigenti del consiglio d'amministrazione, la pena si riduce a 7 anni (da 13 e 6 mesi), per il direttore dello stabilimento Raffaele Salerno e per il responsabile della sicurezza Cosimo Cafueri a 8 (anche per loro da 13 anni e 6 mesi) e per Daniele Moroni a 9 (da 10 anni e 10 mesi).

Un verdetto che ha scatenato la rabbia dei parenti delle vittime - Giuseppe Demasi, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Rocco Marzo, Angelo Laurino e Roberto Scola - che hanno accolto la lettura della sentenza con urla e scene di disperazione e infine hanno occupato l'Aula. "Fate schifo" e "vogliamo il ministro della Giustizia qui", hanno gridato in molti, con la sorella di Rosario Rodinò che ha dichiarato, disperata: "Adesso non ce ne andiamo da qui finché non arriva qualcuno dal governo. Io mi faccio incatenare", aggiungendo poi con rabbia: "Questa è una bomba a orologeria. Volevo vedere se ci fossero stati i figli dei politici. Gli operai bruciati vivi non valgono niente".

A nulla per ora sono valsi gli appelli del procuratore generale di Torino, Marcello Maddalena, e del sostituto procuratore Raffaele Guariniello, che hanno cercato di fare ragionare i familiari delle vittime, ricordando che "le sentenze si impugnano" e che "le proteste sono legittime, ma le occupazioni sono un illecito". Guariniello, in particolare, ha promesso: "Non è finita", dichiarando: "Stiamo già lavorando per il ricorso in Cassazione: sulla questione del dolo eventuale non ci penso proprio a demordere e sono convinto che abbiamo ragione. Stiamo cambiando la giurisprudenza e le resistenze sono molte".

Tuttavia, la frustrazione, unita alla disperazione e alla rabbia dei parenti, non sembra lasciare margini di contrattazione, anzi: un avvocato civilista che non c'entra nulla col processo, ma che segue il dibattimento in qualità di giornalista, ha rischiato di essere linciato dai presenti per aver detto "adesso basta" alle madri che piangevano e urlavano contro i legali della difesa, scortati fuori dall'Aula dalle forze dell'ordine.

Del resto, le decisione della Corte di Appello di rigettare la tesi dei sostituti procuratori Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso, secondo la quale Espenhahn avrebbe accettato il 'rischio' che potesse capitare un infortunio, anche mortale, per una questione di risparmio economico, avvallando l'ipotesi della difesa per cui gli stessi operai morti sarebbero stati parzialmente responsabili dell'incendio, suona davvero inammissibile per chi nell'ormai tristemente celebre 'rogo della Thyssen' ha perso un figlio, un fratello, un marito.

Eppure, almeno per questo grado di giudizio, è così. Ma la partita, come dichiarato da Raffaele Guariniello, procuratore noto per la sua proverbiale combattività, è ancora aperta. Seppure con una nuova, dolorosissima, ferita e con la vergogna dell'assenza pressoché totale delle istituzioni. In Aula, infatti, oggi si sono presentati ben pochi politici, solo i Giovani Democratici e alcuni esponenti del Pd. Chissà se il nuovo nascente (si spera) governo sarà in grado di offrire un sostegno e una risposta diversi, perché il caso della Thyssen è emblematico di uno dei più gravi problemi del Paese: il lavoro. O meglio, la sua mancanza e la paura di perderlo, a rischio della propria vita.

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