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Roberto Saviano e il desiderio di una famiglia

In una lunga intervista rilasciata al quotidiano Il Corriere della Sera il giovane scrittore Roberto Saviano, autore del celebre romanzo "Gomorra", ha parlato del suo futuro, non solo di quello professionale, ma anche e soprattutto di quello sentimentale. Lo scrittore, di cui in questi giorni è uscito il secondo libro "La bellezza e l'inferno", ha detto di volersi fare una famiglia.

"Voglio farmi una famiglia e ci riuscirò nonostante le difficoltà - ha affermato Saviano - Le cose che fanno gli innamorati, andare a passeggio, a prendere un aperitivo, a visitare un museo, a cena fuori, mi sono tutte quante proibite, ma ci riuscirò lo stesso e sarà la mia vera vittoria. Salman Rushdie mi ha messo in guardia dicendomi che dovevo trovare il coraggio di uscire dalla mia prigione altrimenti il pubblico ci si affezionerà troppo e vorrà continuare a volermi rinchiuso".

Un progetto ambizioso, visto le condizioni in cui è obbligato a vivere e le continue minacce della malavita, ma a questo progetto lo scrittore non vuole rinunciare. A fargli compagnia per il momento c'è la sua scrittura. Saviano sta lavorando a un racconto sulle parole pericolose e a un monologo per il teatro, è pronto poi a lavorare a un nuovo libro e gli piacerebbe scrivere delle sceneggiature per cinema e tv.

Nel corso dell'intervista lo scrittore ha detto: "E' vero mi è stato tolto un mondo, ma in cambio ne ho trovato un altro. E la scrittura è stata ed è medicina, piacere, casa, riconferma che esisto, ma anche straordinaria — forse unica per me — possibilità d'incontro, e non penso solo a libri e articoli ma anche a Facebook, che è la mia piazza, il mio bar, il mio ristorante, il mio giardino pubblico e la mia passeggiata a mare...".

Saviano ha parlato anche di come vive la sua quotidianità e delle difficoltà contro le quali deve lottare. "Per difendermi — ha detto lo scrittore — sono diventato cattivo, perché non è vero che le difficoltà migliorano l'uomo: lo peggiorano, invece, quasi sempre, e nella mia segregazione io sono peggiorato. Mi ritrovo con una grande voglia di vendetta contro chi mi costringe a questa vita e talmente nervoso che mi rovino le mani dando cazzotti contro il muro. E chissà come sarei ridotto se non mi potessi sfogare allenandomi con uno degli amici che mi proteggono, pugile un tempo, prima di entrare nell'Arma. Nervoso per me ma anche per i miei familiari, in quanto porto la responsabilità del loro sradicamento, della loro forzata emigrazione. Certo che ho guadagnato dei soldi — ha spiegato Saviano — ma se così non fosse avrei già dovuto smettere di scrivere le cose che scrivo perché non avrei i mezzi per difendermi dalle querele che mi fioccano addosso da parte dei malavitosi, Raffaele Cutolo in testa, tutte vinte peraltro, per fortuna. Quanto alla stima e all'amicizia dei grandi scrittori stranieri, probabilmente sono vivo grazie a loro perché se all'estero non avessero seguito con passione e partecipazione il mio caso, temo proprio che non avrei avuto attenzione e protezione dal mio Paese. Nonostante il presidente Napolitano — e gliene sono profondamente grato — abbia sempre mostrato sollecitudine nei miei confronti. E in tv ci vado quando arrivano nuove minacce, perché la visibilità, la notorietà sono una forma di tutela. Con Gomorra non pretendevo tanto di avere successo quanto di cambiare le cose, svegliare la gente, costringerla a vedere l'orrida realtà neppure tanto nascosta".

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