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Roma, aborto shock al San Camillo: dimessa ma il feto non era stato asportato. La procura apre un'inchiesta. Un anno fa caso simile (Esclusiva Excite.it)

di Giuseppe Candela

Update 15.05. Il direttore generale del San Camillo, Aldo Morrone, ha commentato quanto accaduto: "Esprimo a nome di tutto l'ospedale la vicinanza al dolore della signora. Purtroppo sono eventi avversi che possono accadere in base alla letteratura scientifica. Siamo fiduciosi nel lavoro della magistratura".

Upadate 14.05. A poche ore di distanza dalla nostra esclusiva arrivano all'agenzia Ansa le prime dichiarazioni dell'avvocato della donna che conferma quanto da noi anticipato. Il legale Piergiorgio Assumma dichiara: "La mia cliente era intorno alla dodicesima settimana quando ha deciso di abortire e il 16 agosto si è recata nel reparto di Ivg dell'ospedale San Camillo di Roma per effettuare l'interruzione volontaria di gravidanza. Dopo qualche giorno di febbre alta, le condizioni fisiche della donna sono degenerate: aveva forti dolori in tutto il corpo e grossi problemi di deambulazione. Il 26 agosto, dopo 10 giorni dall'intervento, al mattino Stefania ha subito una consistente perdita ematica e, entrando nella doccia, ha perso il feto che è caduto nel piatto doccia. Il marito l'ha trovata accasciata in forte stato di choc. La vittima, che si trovava in Toscana al momento del fatto - aggiunge Assumma - è stata immediatamente accompagnata dal marito al Pronto Soccorso di Ostetricia e Ginecologia del Policlinico Agostino Gemelli di Roma, dove dopo una nuova ecografia interna che ha rilevato la presenza nell'utero di materiale abortivo presumibilmente la placenta, è stata immediatamente portata in camera operatoria per un nuovo intervento di revisione della cavità uterina".

La dolorosa decisione di interrompere una gravidanza, essere dimessa dopo l’intervento e accorgersi dopo dieci giorni che il feto non era stato asportato. E’ successo all’ospedale San Camillo di Roma e vittima dell’assurda vicenda è S.M., queste le sue iniziali, trentottenne romana giunta alla sua seconda desiderata gravidanza. La donna, ora sotto shock, chiede giustizia per quanto accaduto. E’ il 12 agosto 2013 quando dopo una villocentesi scopre che il bambino che porta in grembo è affetto dalla sindrome di down. Da qui la difficile decisione di interrompere la gravidanza dopo dodici settimane. L’intervento, aborto per aspirazione, si svolge in day hospital nell’ospedale romano il 16 agosto.

Le dimissioni (mancanti della sottoscrizione del responsabile medico), la prescrizione di Methergin, compresse che provocano le contrazioni dell’utero, e un nuovo controllo fissato per il 2 settembre. Dopo quattro giorni la donna avverte forti dolori all’addome e misura una febbre sempre più alta. E’ il 26 agosto, dieci giorni dopo l’intervento, quando durante una doccia sente scendere qualcosa di solido e si accorge dopo pochi secondi di aver spurgato il feto per intero. La donna è sconvolta, il malore fisico e lo shock psicologico la rendono tremante e di corsa con il marito raggiunge il pronto soccorso dell’ospedale Gemelli di Roma dove si rivolge al suo ginecologo di fiducia che dopo le analisi necessarie ordina subito un nuovo intervento per la revisione della cavità uterina.

La tragica vicenda ha creato danni importanti, la donna vive oggi una sindrome ansiosa e depressiva riconducibile a quanto accaduto. Intanto la Pm Carla Canaia ha ordinato il sequestro della cartella clinica che è ora nella mani della procura di Roma che ha deciso di aprire un’inchiesta in seguito alla denuncia della vittima. Stupisce che in un reparto specializzato possono verificarsi errori così gravi. Per ovvi motivi abbiamo deciso di non pubblicare le immagini in nostro possesso ritenendole non adatte alla pubblicazione e lesive della persona già vittima di un caso di malasanità. Immagini che ci hanno colpito ma che spiegano chiaramente quanto accaduto.

Solo un anno e mezzo fa un caso simile si era verificato nello stesso nosocomio. La notizia fu raccontata da “Radio radio” e inspiegabilmente ripresa solo da “Il Messagero”. Il bambino sarebbe nato con una grave malformazione e la madre ventiquattrenne decise di interrompere la gravidanza. Il 25 gennaio 2012 è il giorno dell’intervento, la donna viene dimessa ma il giorno successivo si ritrova negli slip il feto che non era stato aspirato. La stessa metodica, clamorosamente lo stesso errore. Del caso si occupò il pubblico ministero Claudia Alberti ma dopo un anno e mezzo, a quanto risulta a noi di Excite.it, l’inchiesta non è giunta alla conclusione. Ad oggi nessuno dei responsabili ha pagato per l’errore commesso, nessuno ha ricevuto sanzioni o sospensioni.

L’ennesimo caso di malasanità che non porta nome e cognome? E’ giusto che chi ha commesso un errore medico di questo tipo resti in servizio in attesa del giudizio? Siamo pronti ad offrire il nostro spazio per l’eventuale replica dei responsabili dell’ospedale San Camillo.

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