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Simone La Penna, l'inchiesta della magistratura e le domande della famiglia

Il caso della morte di Simone La Penna, il 32enne deceduto nel carcere romano di Regina Coeli il 26 novembre di un anno fa, sembra assomigliare sempre più a quello di Stefano Cucchi.

Tutti e due erano finiti in carcere per problemi di droga e tutti e due sono morti in carcere in modo alquanto sospetto. Il corpo di La Penna non è stato martoriato dalle percosse, come invece è accaduto per Stefano Cucchi, ma sembra che il ragazzo sia deceduto per negligenze imputabili a chi doveva garantirne lo stato di salute.

La magistratura ha deciso di aprire un'inchiesta sulla morte di Simone La Penna e nel registro degli indagati sono stati iscritti medici e infermieri sia dell'ospedale Pertini sia dell'infermeria del carcere di Regina Coeli.

Poco dopo il decesso di Simone la famiglia ha sporto denuncia. I familiari vogliono sapere per quale motivo i medici che avrebbero dovuto segnalare le sue condizioni e portarlo via dal carcere non lo fecero. L'ipotesi di reato è di omicidio colposo. Come si legge su Il Messaggero, il papà di Simone ha detto: 'Lo hanno lasciato spegnere come una candela. Lo imbottivano di psicofarmaci, così dormiva e non si lamentava'. Il padre ha poi aggiunto: 'A maggio dell'anno scorso aveva avuto un arresto cardiocircolatorio, lo ricoverarono due giorni al Santo Spirito, ma le sue condizioni non migliorarono. Andavamo ai colloqui e lo vedevamo stare sempre peggio, ormai pesava pochissimo, lui ci faceva coraggio, era un ragazzo buono. E pensare che qualche magistrato di fronte alle consulenze mediche del nostro avvocato, ci ha risposto che Simone faceva solo i capricci'.

La sorella di Simone, Martina di 26 anni, ha affermato: 'E' quello che vogliamo, semplice verità: Simone era incompatibile con il regime carcerario. Era stato dimostrato nei mesi precedenti, ma non è bastato. Lo hanno comunque lasciato morire'. La ragazza ha poi raccontato: 'Da quando era diventato papà, la figlia era la sua ragione di vita. Purtroppo la lentezza della giustizia faceva sì che mentre pensava di rimettersi in riga arrivavano a conclusione procedimenti pendenti. Poi, il 27 gennaio 2009, mentre era ai domiciliari venne rimesso in cella per spaccio di stupefacenti; un'accusa mai provata visto che non gli fu trovato assolutamente nulla. E iniziò il calvario che l'ha condotto alla morte'. Martina ha poi aggiunto: 'Simone lo scriveva sempre nelle sue lettere. Era abbandonato a sé stesso. Non volevano sentirlo e gli davano psicofarmaci, così dormiva. Quel mattino terribile eravamo andate là, con mia madre. A portargli dei soldi. Una doccia gelata quando ci hanno detto che era morto. E ci sono volute sei ore e mezza perché ce lo facessero vedere'.

 (foto © LaPresse)

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