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Siria, ingegnere italiano rapito. La famiglia chiede il silenzio stampa

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Ore di apprensione per la sorte di Mario Belluomo, ingegnere elettrotecnico di Catania sequestrato in Siria, dove si trovava per lavoro. L'uomo è trasfertista presso l'acciaieria Hmisho di Latakia e, a quanto si apprende, è stato prelevato alcuni giorni fa dal suo albergo insieme ad altri due colleghi di nazionalità russa. La famiglia, infatti, d'accordo con i responsabili della Farnesina, voleva "che la notizia non trapelasse, per evitare di farlo diventare un caso internazionale". Per la stessa ragione, oggi, dopo la fuga di informazioni è stato chiesto il silenzio stampa.

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"L'incolumità del connazionale è la nostra priorità assoluta ed è indispensabile tenere il massimo riserbo", ha dichiarato a il ministro degli Esteri Giulio Terzi, spiegando che "anche in questo caso" la Farnesina, "in raccordo con tutte le strutture dello Stato coinvolte", si sta adoperando "con il massimo impegno e con la stessa dedizione con cui le nostre ambasciate e consolati quotidianamente prestano assistenza ai connazionali in difficoltà, anche in regioni e situazioni a rischio". Terzi ha quindi elencato tutte le operazioni condotte dal Ministero dal novembre 2011 a oggi e ha ricordato che in mano ai rapitori c'è ancora "Giovanni Lo Porto, rapito in Pakistan il 19 gennaio 2012", concludendo: "A lui e al connazionale in Siria va in queste ore il mio pensiero".

Belluomo, 64 anni, sposato e padre di due figli di vent'anni, un ragazzo e una ragazza, è originario di San Gregorio, un comune alle porte di Catania dove tutti lo ricordano come una bravissima persona, discreta e lavoratrice. E proprio per lavoro l'uomo, a giugno, si è trasferito in Siria, dove fino a ieri viveva in un albergo di Tartous, un centro a circa una cinquantina di km dal capoluogo, sede dell'acciaieria Hmisho.

A San Gregorio la notizia del rapimento di Belluomo ha destato molta impressione e la piccola comunità si è stretta intorno alla famiglia, con il presidente dell'Ordine degli Ingegneri, Carmelo Grasso, che ha dichiarato con amarezza: "Questo sequestro è il prezzo che si paga in una terra, come la Sicilia, ma anche nel resto d'Italia, dove non si trova lavoro e per esercitare la professione si è costretti ad andare all'estero, anche in posti poco sicuri".

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