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Strage via D'Amelio, 21 anni fa moriva Paolo Borsellino: "La mafia mi ucciderà, altri lo consentiranno"

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di Claudia Gagliardi

"Paolo mi disse: mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno" così Agnese Borsellino, vedova di Paolo, raccontò ai magistrati di Caltanissetta che indagavano sui mandanti della strage di via D'Amelio i timori del magistrato dopo la strage di Capaci. Ventun anni fa, il 19 luglio del 1992, l'esplosione di un ordigno esplosivo radiocomandato all’interno di una 126 rossa fece saltare in aria il Procuratore aggiunto di Palermo.

Strage di Capaci 23 maggio 2013, oggi l'anniversario della morte di Giovanni Falcone

Erano passati appena 56 giorni dalla strage di Capaci in cui persero la vita l'amico e collega del pool antimafia e del maxiprocesso Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo. In una delle ultime interviste rilasciate prima dell'attentato di via D'Amelio Borsellino aveva ricordato le parole del commissario Ninni Cassarà: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano". Quella convinzione ce l'aveva da tempo Borsellino, quando il giorno della morte, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, si recò in visita da sua madre insieme alla sua scorta, in via D'Amelio a Palermo. L'esplosione di 100 chili di tritolo uccise il magistrato insieme ai cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Solo Antonino Vullo riuscì a sopravvivere perché al momento della deflagrazione era in una delle auto di scorta intento a parcheggiare.

Sono ancora troppe le domande su quel barbaro eccidio che segnò il culmine dell'era stragista di Cosa Nostra: vent'anni di indagini, depistaggi, testimonianze di pentiti e sentenze che hanno portato ad istruire un nuovo processo sulla presunta trattativa Stato-mafia per accertare chi l'ha istruita e cosa prevedesse. Perchè l'inspiegabile assassinio di Borsellino, a poca distanza da quello di Falcone, potrebbe essere proprio la conseguenza del fatto che il magistrato fosse a conoscenza della trattativa tra pezzi deviati dello Stato e Cosa Nostra: "Paolo mi accennò che c'era una trattativa tra la mafia e lo Stato - ha raccontato Agnese Borsellino poco prima di morire ai microfoni di Servizio pubblico - Dopo la strage di Capaci mi disse che c'era un colloquio tra mafia e pezzi infedeli dello Stato".

Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra, Paolo Borsellino, ma soprattutto sapeva che qualche rappresentante dello Stato lo avrebbe tradito, perchè c'era chi nelle istituzioni lavorava contro l'antimafia, come quando rivelò alla moglie Agnese che l'ex capo del Ros, il generale Antonio Subranni, era "punciuto" (cioè era un "uomo d'onore" affiliato a Cosa Nostra). Ventun anni dopo la sua morte si è aperto tra mille difficoltà il processo istruito dai pm Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia su una trattativa che la sentenza del processo a Francesco Tagliavia per le stragi del '92-'93 ha dichiarato certamente avvenuta per iniziativa di rappresentanti dello Stato e non degli uomini di mafia.

Ventun anni per (non) sapere chi fece sparire la borsa con l’agenda rossa di Paolo Borsellino che poteva contenere nomi e fatti importanti per decifrare la stagione delle stragi e forse l’indicazione dei soggetti istituzionali coinvolti, i cosiddetti "mandanti esterni", chi ripulì gli uffici di Borsellino dopo la sua morte svuotando cassetti ed armandi, se davvero come risulta dalle testimonianze dei pentiti Brusca e Spatuzza e da sentenze di mafia passate in giudicato Paolo Borsellino fu ucciso perché Totò Riina lo riteneva un ostacolo alla trattativa con lo Stato. In questi anni le indagini hanno riguardato i boss di Cosa Nostra come Riina e Bernardo Provenzano, hanno portato alla sbarra politici di primo piano come il fondatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri per il suo ultradecennale rapporto con la mafia, il deputato ed ex ministro Calogero Mannino, nonché alcuni rappresentanti delle forze dell'ordine come il generale dei carabinieri e capo del ROS Antonio Subranni e l'allora colonnello Mario Mori (assolto in primo grado dall'accusa di aver rinviato la cattura di Provenzano "perchè il fatto non costituisce reato"), insieme al suo braccio destro al ROS, il capitano Giuseppe De Donno che ammise i contatti con Cosa Nostra per il tramite del sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino per fermare le stragi. Una vicenda che arriva a lambire anche il Capo dello Stato per le intercettazioni, di cui la Cassazione ha ordinato la distruzione, con l'ex ministro Nicola Mancino, imputato a Palermo per falsa testimonianza.

Il 19 luglio è il giorno della memoria in ricordo di un eroe e simbolo della legalità come Borsellino: una giornata che spesso finisce per essere fagocitata da decine di iniziative, passerelle di politici ed autorità, proclami e dichiarazioni di facciata. Mentre i movimenti dell'antimafia, come quello delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino, continuano invece a raccontare la vicenda umana e professionale di Paolo Borsellino, a rimettere insieme i fatti e a porre domande su una vicenda troppo spesso strumentalmente deformata dai depistaggi di Stato e dalle speculazioni mediatiche, per ricordare l'eredità di Paolo ma soprattutto per chiedere che venga fatta luce su una delle pagine più vergognose della storia recente di questo Paese.

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