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Su la maschera!


di Maurizio Brasini, pscioterapeuta


Martedì grasso è in pieno svolgimento, qualcuno in questi giorni ha indossato una maschera, qualcun altro ha assistito domandandosi: che senso ha mascherarsi?
Il possibile significato di un comportamento così universalmente diffuso nello spazio e nel tempo come quello del mascherarsi non si può esaurire con una risposta secca. Si potrebbe liquidare la questione rispondendo che ci si maschera "per gioco", ma allora la risposta sarebbe più complicata della domanda: e cosa è un gioco? e perché si gioca? e perchè proprio questo gioco? e che tipo di gioco è mascherarsi?
Iniziamo con le definizioni; il mio suggerimento è di non considerarle come delle risposte, ma di utilizzarle come suggestioni, per vedere se vi fanno venire qualche buona idea.
Una definizione-tipo, da dizionario enciclopedico, recita pressappoco "la maschera è qualcosa che serve per celare la propria identità", sia per motivi giocosi/scherzosi, sia per rappresentare qualcosa, sia per scopi rituali (cfr.dizionario Garzanti). La maschera, etimologicamente, è anche imparentata con le streghe, i fantasmi e in generale con lo spaventare, nonché con il colore nero e con l'idea di "macchiare" (maschera-mascàra: in effetti un modo di mascherarsi è sempre stato quello di dipingersi variamente il volto).

Allora la maschera apparentemente ha a che fare con qualcosa di oscuro. Ma anche con il gioco, con il divertimento, con la rappresentazione e il teatro.
E serve sempre a nascondere? Beh, no. Pare anzi che anticamente le maschere servissero a "tirare fuori" dagli uomini qualcosa che è in un'ambigua relazione con il diabolico e il divino (così era anche il "daimon" dei greci, un dèmone che poteva essere buono o cattivo). Avete presente il film "the mask", quello in cui Jim Carrey è un imbranato, ma ritrova una maschera antica e quando la indossa diventa uno "spumeggiante" ciclone dalla faccia verde? Beh, quello rende l'idea.
Adesso sentite questa. Alle elementari un mio amichetto mascherato da zorro si mise a saltare da un banco all'altro. La maestra lo sgridò severamente e lui scoppiò a piangere offeso: "ma non sono stato io... è il mantello!". Il fenomeno è noto sotto il nome di "de-individuazione"; quando si indossa una maschera può succedere di diventare un po' meno "sè stessi". Il che significa meno vincolati dall'idea di "io sono così", ma anche meno responsabili delle proprie azioni. Ad esempio, in America la festa di Halloween è un'occasione in cui i bambini circolano di notte in libertà, sovvertendo le regole e spaventando i grandi. Ma è anche la notte con il maggior numero di atti di violenza e vandalismo dell'anno. La gente si maschera da mostro e poi a qualcuno il costume gli prende la mano.

Allora mascherarsi è pericoloso? Ancora una volta, direi di no. Al contrario, io credo che tendenzialmente faccia bene. Pare che i bambini imparino più o meno contemporaneamente a distinguere il "davvero" dal "per finta" e il "maschile" dal "femminile". Secondo alcuni studi, i bambini più piccoli preferiscono maschere molto ben definite come ruolo e come identità sessuale. Per capirci: le bambine tutte principessine, i bambini tutti super-eroi. Quando si cresce, si iniziano a sperimentare maschere più varie, più scherzose, e anche più sessualmente sfumate. Sempre per capirci: in adolescenza diventa divertente anche mascherarsi da uomo per una ragazza, o da donna per un ragazzo.
Da quanto letto finora potreste aver ricavato l'impressione cha la maschera possa confondere e disperdere l'identità. Questo in effetti è possibile. Ma è vero anche il contrario. Pensate alle maschere tipiche del nostro Paese, che sono dei condensati dei vizi e delle virtù Italiane e persino regionali. Pensate ai costumi tipici, ai tatuaggi tribali, e a tutte quelle cose che "si portano addosso", e che col tempo passano da un uso comune e quotidiano a un uso simbolico fino a condensarsi in uno stereotipo. Ad esempio: se mi voglio mascherare da cow-boy, indosserò gli stivaloni e il cappellone tipici, che erano un tempo indumenti scelti per praticità dai cow-boys, e poi sono diventati un loro tratto distintivo.
Un ultimo spunto, solo apparentemente divergente. Tornando al mascara: come mai si usa il nero per far risaltare la luminosità dello sguardo? Non è un paradosso, ma un fatto naturale. Una questione di contrasti tra luce ed ombra.

In conclusione:
quando ero bambino, mio padre mi faceva un gioco. Si passava la mano sul volto dall'alto verso il basso, e quando tutta la faccia era visibile, l'espressione era diventata triste. Poi la passava di nuovo dal basso verso l'alto, e il suo volto appariva allegro.
Indossare una maschera o meno è un falso problema, perché una faccia, in fondo, non è che una maschera di muscoli e nervi.

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