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T-shirt offensiva verso i down "Pensavo avesse meno abitanti la Mongolia!": ritirata dopo petizione

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Verba volant, scripta manent. Se già dare del "mongolo" a un amico, a un compagno di classe, a un collega o a chicchessia perché non capisce o sbaglia a fare qualcosa è stupido e sgradevole nel linguaggio parlato - benché molto in voga - metterlo per iscritto lo anche di più. In slang (ma senza andare tanto lontano, più semplicemente nel lessico quotidiano) "mongolo" infatti sta per down, ritardato, e quando i genitori di un ragazzo affetto da trisomia 21 hanno visto una t-shirt con la frase "Pensavo avesse meno abitanti la Mongolia!" - con Mongolia scritto in stampatello e sottolineato - sono rimasti senza parole. Ma hanno reagito e grazie alla piattaforma sociale change.org hanno lanciato una petizione che nel giro di pochi giorni ha portato al ritiro della maglietta.

I fatti risalgono a martedì 17 settembre. Una coppia di Villa Carcina, in provincia di Brescia, sta passeggiando nella vicina cittadina di Concesio quando nota in un negozio di abbigliamento la t-shirt. La donna, come racconta lei stessa a change.org, rimane "sconcertata": "Sarà perché abbiamo un figlio con la sindrome di Down", spiega. L'immediata reazione è quella di chiedere chiarimenti: "Sono entrata ed ho chiesto alla commessa cosa voleva dire questa scritta... Ma lei non ha saputo dare spiegazioni, allora io le ho dato le mie", scrive ancora la mamma di G., che una volta tornata a casa cerca l'azienda che produce e commercializza le magliette, la My-T-Shirt, e scopre che quella vista nel negozio fa parte della nuova collezione 2013 e si chiama Mongolia. Tout court.

"Evidentemente non per tutti è così chiaro il riferimento... Se si citasse la Svezia o la Birmania si penserebbe ad un messaggio turistico e forse nessuno le comprerebbe, invece sicuramente qualcuno comprerà e indosserà la maglietta Mongolia!", commenta la donna, che conclude il suo appello a change.org scrivendo: "Chiediamo che venga eliminate la maglietta dalla collezione My-T-Shirt e che comunque i commercianti non la inseriscano negli assortimenti".

La richiesta viene rilanciata immediatamente dalla piattaforma e nel giro di due giorni raccoglie 461 firme e anche le scuse dell'azienda. "Buongiorno, ci scusiamo per questo episodio. Abbiamo ingenuamente lanciato questa t-shirt riprendendo un modo di dire che, come fate giustamente notare voi, è purtroppo spesso erroneamente utilizzato nel linguaggio comune", spiega un responsabile di My-T-Shirt sul sito, aggiungendo: "Non volevamo assolutamente offendere nessuno e ritireremo dal commercio immediatamente la maglietta in questione". "Siamo mortificati per quanto accaduto e speriamo che tutte le persone che si sono sentite offese accetteranno le nostre scuse", conclude quindi il portavoce dell'azienda.

Tuttavia, la segnalazione della mamma di G. è diventata un caso, provocando lo sdegno di molte persone e ricevendo l'appoggio immediato dell'Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale (Anffas Onlus), con il presidente nazionale Roberto Speziale che ha commentato amaramente: "Un semplice pezzo di stoffa è la dimostrazione chiara di quanta strada c'è ancora da fare per raggiungere la piena inclusione delle persone con disabilità".

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