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Trent'anni fa l'omicidio Dalla Chiesa: l'Italia ricorda un eroe lasciato solo

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In un clima avvelenato dagli scontri istituzionali tra poteri dello Stato, l'Italia ricorda oggi il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a trent'anni dalla strage mafiosa di via Carini a Palermo, il 3 settembre 1982. Mandato a Palermo per combattere una Cosa Nostra in ascesa e sempre più sanguinaria, Dalla Chiesa fu ucciso nell'agguato a colpi di kalashnikov insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo.

Anniversario dell'assassinio di Dalla Chiesa: le foto della commemorazione

Protagonista della lotta alle Brigate Rosse, dopo una carriera di successo spesa a combattere il terrorismo, Dalla Chiesa fu nominato Prefetto di Palermo nella primavera dell'82, sull'onda dell'omicidio di Pio La Torre, in una città bagnata dal sangue di uomini delle forze dell'ordine, magistrati antimafia e cronisti coraggiosi che osavano contrastare gli interessi criminali. Il Generale vi rimase solo 100 giorni, ma tanto è bastato per innestare le basi di un metodo investigativo, orientato a colpire i patrimoni e le relazioni politico-mafiose, che sarebbe diventato fondamentale per la Procura di Palermo nella lotta alla mafia sfociata nel primo Maxiprocesso a Cosa Nostra.

Sul terribile attentato si sollevarono quelle ombre e quei sospetti sui mandanti occulti che dieci anni dopo circondarono anche gli attentati del 92, quando l'ala stragista di Cosa Nostra eliminò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E come nel loro caso, anche per Dalla Chiesa la sensazione è che a Palermo fosse stato abbandonato dalle istituzioni, lasciato solo di fronte allo strapotere della criminalità organizzata e forse tradito da pezzi dello Stato che pure "egregiamente" rappresentava, come ribadito oggi dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un isolamento denunciato dallo stesso Generale all'indomani della sua nomina, quando dichiarò alla stampa che lo avevano mandato a Palermo "con gli stessi poteri del prefetto di Forlì".

E a sostenere che quello di Dalla Chiesa non fu solo un attentato mafioso è il figlio del generale, Nando Dalla Chiesa, politico e docente universitario. Ai microfoni di CNRmedia, nel giorno del 28esimo anniversario della morte di suo padre, ha ribadito la convinzione che si sia trattato di un delitto politico: "Io allora dissi: cercate i mandanti nella Dc. Lo ripeto - ha dichiarato Nando Dalla Chiesa - Io credo che un grumo di potere abbia temuto che mio padre potesse rompere degli equilibri, andando in Sicilia a operare senza vincoli di fedeltà politica, ma di fedeltà istituzionale".

Nonostante le condanne agli esecutori materiali dell'attentato, restano ancora oscure le inquietanti manovre che hanno portato alla morte del Generale e che ancora oggi faticano ad essere disvelate. "Troppe volte in questi anni - ha denunciato Nando Dalla Chiesa - ho avuto e continuo ad avere la sensazione che gran parte della politica sembra non essere interessata alla ricerca della verità e della giustizia e soprattutto, cosa ancora più grave, sembra voler procedere a un'opera di rimozione del passato".

A rappresentare il governo nel giorno della commemorazione per il trentesimo anniversario dall'attentato è arivata a Palermo il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, che ha deposto una corona di fiori in via Isidoro Carini, davanti alla lapide che ricorda il generale. Presenti anche il sindaco Leoluca Orlando, il capo della Polizia Manganello, il Procuratore capo di Palermo Messineo, esponenti delle forze dell'ordine e la figlia del generale, la conduttrice tv Rita Dalla Chiesa, che per la prima volta ha partecipato ad una cerimonia in ricordo di suo padre. Oggi le corone di Stato non sono mancate: la verità, invece, è ancora lontana.

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