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Zili, il bambino di 11 anni che il nonno tiene in catene. "Troppo aggressivo"

  • Reuters

di Simone Rausi

Zili ha undici anni e ha passato buona parte della sua vita con una catena legata alla caviglia. Un’immagine assurda che nell’immaginario collettivo si associa ai carcerati dei campi di lavoro o ai randagi costretti in un canile. Si prova pena persino per loro, per quelle povere bestie raccattate per strada, immaginate quindi l’effetto che questa foto ha suscitato in tutto il pianeta.

Bambino imbavagliato al seggiolone. Orrore in un asilo argentino.

Da Oriente a Occidente, un’ondata di sdegno e disapprovazione unanime è esplosa nel web dopo le foto postate da un cronista della Reuters, l’unico ad aver diffuso le immagini del povero bambino cinese. Zili vive con il nonno (la madre è morta e il padre è disabile) nella provincia cinese di Zhejiang. L’uomo, che sulla carta dovrebbe occuparsi di accudire il nipote, lo tiene a guinzaglio e quando non lo lascia “pascolare” con mano ben salda, fissa la catena al muro bloccandolo in uno spazio vitale di pochi centimetri.

La causa di tutto sarebbe la malattia mentale di Zili che, secondo quanto si apprende da alcuni organi di stampa, sarebbe stata procurata da una caduta e da una conseguente “ferita alla testa dalla quale Zili non si è mai ripreso”. Il piccolo cinese sarebbe “aggressivo e impossibile da accudire”. Ora, non bisogna certo avere una lode in psicologia analitica per comprendere che i problemi mentali di Zili, dopo un decennio di vita in catene, non possono che acuirsi. Ma il governo del villaggio cinese in cui vivono nonno e nipote non sembra occuparsi troppo della vicenda.

La storia di Zili, infatti, riapre la questione dei bambini cinesi dimenticati, una popolazione di piccole vittime completamente prive di qualsivoglia tipo di assistenza, dimenticati dai genitori, abbandonati dal Governo e – in molti casi – merce di scambio tra schiavisti per meno di 70 dollari. Per Zili si apre ora uno spiraglio di speranza. La denuncia fotografica di William Hong, l’autore del reportage, ha sollecitato all’azione alcune organizzazioni internazionali a tutela dell’infanzia.

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